2.0

lunedì, 06 luglio 2009

Hibi no Neiro by Sour

di PeggyG


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martedì, 09 giugno 2009

Let me take you on a trip

di PeggyG


La 53° Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia è la mia sesta Biennale. Ogni volta è un’esperienza che comporta un grande sforzo sia fisico (buone gambe) che mentale (concentrazione e rapidità nel giudizio). Richiede tempo (due giorni almeno, ma sarebbe meglio tre), richiede soldi ed entusiasmo.
E’ inevitabile rimanere affascinati maggiormente dalle opere più “forti” che riescono ad emergere nel bailame generale, sempre tantissime le opere presenti (forse anche troppe, considerando la bassissima qualità di alcune). Sono quindi, probabilmente, un po’ svantaggiati gli artisti più minimalisti o più dimessi ma neanche questo è sempre vero. Si può rimanere colpiti da cose piccole come annoiarsi con le grandi installazioni.
Questa mia piccola recensione sarà pertanto inevitabilmente parziale, parlerò cioè solo di quello che a me è sembrato più interessante.
Che la visione abbia inizio.

ARSENALE

All’Arsenale mi è sembrato di trovare spesso il tema del ricordo, il desiderio di ristabilire un contatto forte con la propria infanzia, i giochi, i luoghi. C’è un’atmosfera più intima, casalinga, fatta di spazi spesso al chiuso.
La prima cosa che si vede entrando è la grande installazione di Lygia Pape, fili metallici scendono dalle pareti, la sala è quasi all’oscuro. Installazione che non ho trovato per niente suggestiva anche se la didascalia suggeriva che l’artista rende materiale l’immateriale.



La grande sala di Pistoletto con i suoi specchi rotti sicuramente è molto scenografica. Ma perché ripresentare adesso lavori già visti in passato? E’ un’operazione che mi lascia un po’ perplessa.




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giovedì, 19 febbraio 2009

Talking about Rev-Omologation

di PeggyG



Il fotografo Ari Versluis e il profiler Ellie Uyttenbroek hanno lavorato insieme fin dall’ottobre 1994. Ispirandosi al dress code di diversi gruppi sociali hanno sistematicamente documentato numerose identità durante gli ultimi 14 anni. La street scene di Rotterdam multiculturale e eterogenea rimane la principale protagonista della loro ricerca.




Hanno chiamato il risultato Exactitudes: una contrazione tra exact e attitude.
Versluis and Uyttenbroek hanno dimostrato che le persone quando cercano di distinguersi lo fanno assumendo in ogni caso una ‘group identity’. Nei loro scatti l’apparente contraddizione tra individualità e omologazione è portata all’estremo.




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lunedì, 02 febbraio 2009

Tetsuya Ishida: l’uomo-macchina

di PeggyG
Tetsuya Ishida è un pittore Giapponese nato nel 1973 nella prefettura di Shizuoka e morto nel 2005 buttandosi sotto a un treno.



Tetsuya Ishida dipinge scene ordinarie della vita giapponese dove il protagonista (lui stesso) è intrappolato in corpi-macchina, spesso parte di catene di montaggio. Altre volte il corpo è fuso con elementi architettonici che siano scuole, paesaggi, marciapiedi, giardini o elementi più piccoli quali lavelli, toilet, letti, automobili. Le sue opere parlano anche di vite passate in solitudine, esperienze tipiche degli Otaku ma anche nuclei familiari dove vige l’incomunicabilità.



Tetsuya Ischida sembra dirci che la fusione di uomo e macchina rappresentata da film come Testuo non è solo immaginazione ma un aspetto della nostra vita di cui sembriamo non accorgerci.





Sul web purtroppo non si trova molto su di lui, ma dando un’occhiata ai suoi lavori hanno una potenza evocativa tale che si spera in una suo retrospettiva europea o almeno in un pubblicazione al più presto per conoscere meglio la storia di questo artista così visionario e sfortunato.







Gallery
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mercoledì, 07 gennaio 2009

The Pink & Blue Project

di PeggyG

 

JeongMee Yoon è una fotografa sud coreana che ha iniziato “The Pink and Blue Project” ispirandosi a sua figlia di 5 anni. La ricerca si interroga, com’è evidente, sul tema delle differenze di genere e del consumismo. Il monocromo delle camerette evidenzia scelte culturali e sociali che vengono compiute ancora prima che i bambini nascano e/o sviluppino una loro identità propria.
Molto interessante anche il lavoro sui luoghi di lavoro Space-Man-Space.

 

 

Voi cos'avete ricevuto a Natale?

 

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mercoledì, 26 novembre 2008

Young Hearts run free

di PeggyG

Se saltando da un blog all’altro si entra nel giro dei giovani illustratori americani il rischio è quello di non uscirne più. Tanta è la ricchezza espressiva che l’effetto è simile a quello che può capitarvi quando entrate per la prima volta in un negozio di fumetti a Parigi, per intendersi. Non si sa davvero dove guardare. Sono artisti diversissimi sia per tecnica che per stile. Una cosa è: certa questi ragazzi non hanno timore di osare. La cosa più sorprendente è che ognuno di loro abbia già uno stile così personale, definito e inconfondibile.


Joshua Middleton


Joshua Middleton è un fumettista che ha lavorato sia per la DC Comics che per la Marvel. E’ diventato celebre soprattutto per le sue copertine. I supereroi che lui disegna non sono più le proiezioni utopistiche di adolescenti imbranati, personaggi tormentati e a volte insicuri. Con la fluidità dei movimenti, la brillantezza del colore, Middleton esprime la sfrontatezza e l’arroganza di una generazione (quella dei giovani americani di classe medio-alta)  che può permettersi davvero tutto senza preoccuparsi di quello che capita nel resto del mondo.



Owen Freeman

Chinatown, illustration proposal based on unsolved crimes in Los Angeles.


Owen Freeman è un artista che trae la sua ispirazione dagli articoli di cronaca di cui deve realizzare le illustrazioni. Questa necessaria aderenza con la realtà, rende le sue opere ancora più interessanti perché non si limitano ad una semplice trasposizione grafica di quello che è successo, ma riescono a darne una precisa interpretazione. La cupezza degli scenari disegnati da Freeman mi ricordano il fumettista italiano Corrado Roi che negli anni novanta ha disegnato alcuni indimenticabili numeri di Dylan Dog. Mi colpiva soprattutto la violenza che riusciva ad evocare con il suo tratto spezzato. La stessa atmosfera sospesa e il senso di minaccia imminente potrete ritrovarle nelle vignette di Freeman.


Clapped, interpretation based on a collection of articles on killings in self-defense.


Celia Calle



Celia Calle è una illustratrice che ha iniziato realizzando poster per Jean-Paul Gaultier, Calvin Klein Collection, Tommy Hilfiger. I suoi interessi sono dunque orientati verso un mondo assolutamente femminile: la moda. Il suo stile ricorda infatti la tipica attività dei grandi stilisti di disegnare modellini con donne dalle proporzioni innaturalmente allungate. Per fortuna però non si ferma a questo e l’ironia che mette in ogni illustrazione fa sorridere e riflettere sulle dinamiche nei rapporti uomo-donna negli anni 2000, soprattutto per quanto riguarda i suoi disegni per la miniserie della DC Comics “American Virgin”.



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venerdì, 31 ottobre 2008

Art is always contemporary

di PeggyG
Quando avevo ancora un blog c’era un rubrica molto amata era quella in cui confrontavo arte antica e arte contemporanea rimarcando le somiglianze tra opere realizzate da artisti diversissimi e mostrando come ci sono lunghi fili tirati tra secoli e continenti. Sono influenze, suggestioni che ogni tanto riemergono, mai coincidenze.
Vorrei confrontare una ormai leggendaria installazione dello Studio Azzurro (loro sì che erano fighi mica quel cerebroleso di Cattelan) del 1984 Il nuotatore va troppo spesso ad Heidelberg (The swimmer) con La tomba del tuffatore, del 480-470 a.c. (Paestum, Museo Nazionale).



L'installazione più nota dello Studio Azzurro è il "Nuotatore" del 1984; in un grande ambiente sotterraneo in cui è stata costruita una piscina attraversata da una serie di monitor scorre l'immagine di un nuotatore. Lo spettatore che si trova all'interno di questa piscina assiste al va e vieni instancabile del nuotatore che attraversa gli schermi in successione. Nell'incessante andare e venire del nuotatore da un bordo all'altro della piscina, la ripetizione del movimento diventa ossessiva. Sul primo momento narrativo, ampio e disteso, quasi ipnotico, lungo l'intera fascia di monitor, si sovrappongono cento frammenti episodici, limitati ciascuno ad un solo monitor. Lo spettatore dovrà ricomporre le varie tessere della storia innescata e appena suggerita, chiamato ad investire l'intero patrimonio del suo immaginario. La sua condizione non è più quella dell'osservatore che assiste ad una rappresentazione, ma quella di vero e proprio attore, che agisce all'interno del racconto e ne decide lo sviluppo.



Nel video singolo, posto in testa alla "video/piscina", viene proiettato una sorta di film che propone sequenze di orologi segnanti differenti ore: ricordano i cronometri circolari che si usano nel corso delle gare di nuoto, ma in realtà sono manifestazioni evidenti dell’impossibilità di definire e stabilire il tempo di percezione, dell’opera e dello spazio.
Il "Nuotatore", diversamente dagli altri lavori dello Studio Azzurro, non è un’opera interattiva. Ma lo è invece lo stesso. Se spostiamo lo strumento della fruizione dal corpo all’occhio, ci accorgiamo che sono le molteplici possibilità di lettura a rendere interattiva quest’opera, e tutte le opere d’arte. "La Battaglia di San Romano" di Paolo Uccello, ad esempio, ha cambiato di significato, e quindi anche virtualmente di forma, grazie alle parole di Bernard Berenson che ci vide "una mischia di automi improvvisamente bloccatisi", quindi lo Studio Azzurro per filmare "il totale della battaglia", da quella frase del celebre critico ha trovato lo spunto per il proprio lavoro.





La tomba del tuffatore, è una delle opere dell’arte antica che mi ha più affascinato quando ancora studiavo all’Università. La figurina di questo antichissimo tuffatore mi è sempre sembrata anziché bloccata nel sarcofago estremamente viva e dinamica. Come se l’artista fosse riuscito a catturare l’anima di questo atleta. Nel sarcofago del tuffatore l’artista ha fissato un istante, il momento del tuffo dell’atleta, simbolo del passaggio dalla vita alla morte dice la didascalia sul mio libro, ma forse c’è qualcos’altro, qualcosa in più che non è facilmente descrivibile e che dà un fascino misterioso a questo pezzo.
Sia l’installazione dello Studio Azzurro che il sarcofago del tuffatore esprimono, a mio avviso, quello che è uno dei desideri più grandi dell’essere umano e cioè controllare il tempo. Per lo Studio azzurro questo si realizza spezzando in tanti monitor l’azione del nuotatore nella volontà di non perdere neanche un movimento, neanche un secondo di questa nuotata, mente nella tomba è fissato un solo istante, la tensione atletica tra il salto e l’entrata in acqua.
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mercoledì, 24 settembre 2008

Terrific Toys

di PeggyG

C’è un blog che non mi dimentico mai di andare a visitare: Toys Blog. Questo sito che a uno sguardo poco attento e superficiale potrebbe apparire poco interessante offre a volte degli spunti di riflessione niente male e delle perle trash storiche. Per esempio tipo questa:

 

Il mondo dei Toys si è a torto o a ragione fatto strada di soppiatto nel mondo dell’arte contemporanea. Ci sono gallerie in Italia che si occupano proprio di promuovere questi oggetti d’arte come la Dorothy Circus Gallery di Roma. Nel gran marasma che spazia tra oggettini discretamente carini e veri e propri prodotti artistici, ho scovato due ragazze che usano la loro manualità assolutamente femminile per cucire giocattoli che farebbero impazzire di gioia Tim Burton.

 

Marina Bychkova é nata in Russia e realizza delle bambole di porcellana. Queste dolls sono caratterizzate da una sensualità e una dolcezza estremamente intriganti. Se fate un giro nella gallery del suo sito non potrete non rimanere affascinati dalla delicatezza e dalla estrema cura per i particolari che caratterizza queste bambole. Non solo i volti, i capelli, ma anche le mani, i piedi sono decorati con un’attenzione quasi maniacale. Tuttavia la cosa più interessante in questi oggetti sono le giunture. Le bambole sono perfettamente snodabili e sono capaci di eseguire tutti i movimenti degli esseri umani. Questo desiderio di mimesi con il corpo umano ha portato Marina ha inventare queste giunture super snodate e al tempo stesso delicatissime. La bellezza di queste dolls si fa ancora più struggente se le guardiamo senza vestiti, nude in tutta la loro bellezza e allo stesso tempo mostruosità che viene celata una volta che indossano i suntuosissimi costumi. Sono esseri che appartengono ad un altro mondo, come le Geishe che appartenevano all’Ukiyoe, il mondo fluttuante. Queste bambole non sono chiaramente fatte per le bambine, ma per persone adulte che saranno capaci di apprezzare la cura e la scrupolosità con cui sono state costruite.

 

Anastasia Ward costruisce delle sculture e dei pupazzi interattivi terrificanti che contengono un piccolo motore, un altoparlante, un microchip, un rivelatore di movimento (una volta urtati, i piedi e le braccia si muovono avanti e indietro). Le creature sono dei piccoli Frankenstein-giocattolo, costruiti all’interno e all’ esterno con parti di vecchi peluche o giocattoli elettronici e meccanici già usati. Questi piccoli mostri rinsecchiti mi ricordano non so perché il neonato sul soffitto a cui si girava la testa nel film Trainspotting, e per certi versi anche le opere degli immensi fratelli Chapman. Devo dire però che mi sento molto più vicini e familiari questi piccoli aggeggi tremolanti e brutti che non le perfette bambole-androidi di Marina Bychkova. Nel loro essere orripilanti e disgustosi conservano qualcosa di teneramente goffo e rassicurante, sono sicura che, come diceva la pubblicità di quando ero piccola, questi piccoli mostri troveranno qualcuno pronto a firmare il contratto di amicizia con loro.

 

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mercoledì, 30 luglio 2008

Art is always contemporary

di PeggyG



D'estate si sa non ci sono notizie e allora i giornalisti inventano con la fantasia. Tra i soliti servizi sulla pantera sfuggita al circo che si aggira nella bassa padana, sull'invenzione del bikini, su quanto è fottutamente caldo vi regalo questa pillola scovata su wikipedia (ma da anni se ne parla ).

"More recently, an italian anthropologist speculated that Munch might have seen a mummy in Florence's Museum of Natural History which bears an even more striking resemblance to the painting 'The Scream' ".

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mercoledì, 04 giugno 2008

Suggestions from No Surprises

di PeggyG

La mente delle persone funziona in modi imprevedibili e incomprensibili. L’intelligenza spesso assume delle forme e dei colori molto diversi da persona a persona. C’è chi pensa a zig zag, chi pensa come una serie di cubetti lego messi uno sopra l’altro. La mia mente funziona così. Tutto inizia con un’immagine che mi colpisce. E’ un’immagine irresistibile, quasi violenta nella sua bellezza, che parte dall’osso sacro, risale la colonna vertebrale e arriva fino al mio cervello. E così l’immagine rimane lì giorno dopo giorno e ogni tanto torna a trovarmi nei momenti più impensabili, magari mentre aspetto l’autobus o mentre nuoto. Poi a poco a poco si tirano dei fili, si creano dei collegamenti nel mio cervello e di solito è così che nasce il post. Tutta questa premessa per parlarvi di alcune suggestioni che hanno preso il via dal video di No Surprises dei Radiohead.

 

 

Il 1997 fu un grande anno per la musica rock, c’erano i Verve, c’erano ancora i Super Furry Animals che facevano su e giù con i loro molleggianti, c’era anche Thorn di Natalie Imbruglia. In quell’anno uscì uno degli album che mi avrebbe cambiato la vita OK Computer. Se in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrik l’intelligenza artificiale HAL 9000 mostrava un uomo indifeso di fronte ad una tecnologia che non è più capace di gestire e che lo ha superato, in OK Computer, i RH usciti da The Bends non hanno più problemi ad affidarsi al computer per scrivere un album che sarà visto come uno spartiacque.

 

 

Lasciando da parte queste problematiche, solo molti anni dopo (circa 10!) dovevo scoprire l’opera di Yael Davids, Aquarium, datata proprio 1997, in cui l’artista infila la testa in una scatola di vetro piena d’acqua. Difficile si tratti di un caso, probabile che si sia trattata di una suggestione che il regista Grant Gee era pronto a cogliere.

 

 

Yael Davids è un artista nato a Gerusalemme che vive ad Amsterdam. Nelle sue istallazioni/performance si dedica da anni a studiare le forme di silenziosa violenza sociale. Le performance di Davids costringono il corpo umano a mettersi in posizioni scomode e forzate. In Mattress l’attore è disteso sotto ad un materasso e respira solo attraverso un piccolo buco. Per il visitatore che si è perso l’inizio della performance il corpo dell’artista rimane di fatto invisibile.

 

 

In altre installazioni Davids costringe i visitatori a infilare la testa, le labbra o altre parti del corpo in buchi sulle pareti creando assurde situazioni di conflitto e tensione tra il corpo e lo spazio circostante. Se quella di Yael Davids è un’arte silenziosa che proprio nel silenzio e nel soffocamento dell’essere umano esprime quello che ha da dire, i Radiohead riescono ad esprimere pensieri, sensazioni che di solito rimangono nel silenzio nella testa delle persone che ogni giorno prendono l’autobus e si sentono soffocare.

 

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