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martedì, 22 settembre 2009

It's fun to stay at the XKCD

di kekkoz
Ieri sera Randall Munroe, l'autore del vostro web comic preferito, ha incontrato il pubblico durante una serata di raccolta fondi della Electronic Frontier Foundation chiamata Geek Reading (...) per rispondere alle domande che gli sono state poste su Reddit da decine di fan.

Il tutto in occasione dell'uscita del suo primo bellissimo libro, già segnalato dal capo su Twitter e da me su Tumblr.

Ecco il video della prima domanda. Le altre li trovate tutte belle in ordine sul magnifico sito io9, che è anche la fonte della notizia e dei video.



Scusate il titolo cretino.

giovedì, 03 settembre 2009

Tre libri per un giorno

di inkiostro

Oggi non è un giorno come gli altri.

Per qualche coincidenza astrale oggi in Inghilterra escono contemporaneamente tre dei libri che da queste parti sono i più attesi dell'anno: The death of Bunny Munro di Nick Cave, Generation A di Douglas Coupland e Juliet, naked di Nick Hornby.

Mentre attendo che i primi due arrivino nella mia cassetta della posta (per il terzo aspetto), in rete è tutto un fiorire di articoli e recensioni, ed è impossibile non notare che i tempi in cui un libro era solo un libro e si promuoveva da sè grazie agli scaffali delle librerie, alle recensioni sui giornali e al passaparola sono ormai passati.

 

 

Nick Cave - The Death of Bunny Munro

Del secondo romanzo di Nick Cave abbiamo già detto, ma non abbiamo menzionato la versione audio del libro, che avrà pure una colonna sonora composta e registrata da Cave per l'occasione (qualcosina si può sentire qua), e che quindi più che un audiolibro sarà un vero disco spoken-word. Per non parlare della versione per iPhone (peraltro, Cave possiede un iPhone), che fonde testo, reading e musica in modo a quanto pare inedito (dettagli sul Guardian).

Inoltre, ispirandosi dal mondo della discografia il libro di Cave esce in varie versioni, da quella standard a quella audio (in download o in box set con DVD bonus) fino a quella firmata, numerata e con sopracoperta, di cui al momento sono rimaste una novantina di copie, e costano ciascuna 120 sterline (questo si chiama approfittarsi dei fan).

 

 

Douglas Coupland - Generation A

Versione limitata con sovracoperta anche per Douglas Coupland, il cui Generation A si pone come seguito ideale del leggendario Generation X, esattamente come JPod era il seguito ideale di Microservi (cos'è Doug, finite le idee?). E gli acquirenti dell'edizione deluxe hanno a disposizione il sito Customized Coupland, in cui ciascuno può disegnarsi la propria versione dell'iconica copertina e farsela spedire per la sovracoperta (non è chiaro se a pagamento o meno).

Nel mentre però, il Daily Telegraph ha stroncato il libro. Ahi ahi.

 

 

 

Nick Hornby - Juliet, Naked

Essendo quello che vende di più dei tre, Nick Hornby sta un po' a guardare, e non può vantare nè edizioni limitate del libro nè un intero sito ad esso dedicato. E non è detto che sia un male.

Come riporta Emmebi, però, la sua casa editrice Penguin per il lancio del libro ha proposto un sondaggio che invita a votare la più bella break-up song di tutti i tempi. La votazione ha il valore che ha (al momento vince Back to black di Amy Winehouse, con percentuali talmente bulgare da indicare che sicuramente i dati non sono validi), ma l'idea è efficace, e ci fa capire che il libro colpirà basso.

Pare infatti che Juliet, naked parli di «relazioni tra trentenni, di passioni/ossessioni musicali e di conversazioni su internet» (citando Emmebi. A I U T O); vedremo se, come si chiede Enzo, c'è davvero aria di «revival di noi stessi». Il Guardian ne parla abbastanza bene.

 

 

 

E chissà quando li vedremo in Italia. Del fatto che Feltrinelli è già al lavoro sulla traduzione di Nick Cave abbiamo già detto (secondo il copertinario uscirà a Ottobre), e possiamo star certi che un best seller come Hornby arriverà il libreria prima di Natale (Novembre pare, per Guanda); mentre per Coupland invece ci sono come al solito poche speranze di vederlo a breve, visto che in Italia è ancora inedito il precedente The gum thief, che risale a due anni fa e che è forse il migiore tra i suoi romanzi più recenti.

 

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lunedì, 13 luglio 2009

And the bunny saw the angel

di inkiostro

E mentre la settimana scorsa Nick Cave è passato come quasi tutti gli anni nel bel paese (con una data al Traffic di Torino, che mi sono perso perchè dopo una decina di live non sono più il fan irriducibile di una volta) cresce l'attesa per il suo secondo romanzo The death of Bunny Munro, che sarà pubblicato in USA e UK il 3 Settembre.

 

Dotato di un intero sito dedicato (comprensivo di reading audio e video come quello qua sotto), il libro racconta la storia di un venditore di prodotti di bellezza porta a porta nel sud dell'Inghilterra, ed è stato definito da Irvine Welsh come «un incrocio tra Cormac McCarthy, Franz Kafka e Benny Hill». Pare che la pubblicazione italiana tarderà poco (è già al lavoro Silvia Rota Sperti per i Canguri Feltrinelli) anche se non è ancora stata annunciata una data di uscita.

 

Dopo aver visto questo video sono molto, molto curioso.

 

 

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lunedì, 29 giugno 2009

Persepolis remixed

di hankmooody

Se come me avete amato alla follia Persepolis (sia il fumetto di Marjane Satrapi che il bel film che da esso è stato tratto), non potrete non apprezzare Persepolis 2.0, breve fumetto ad opera di due iraniani espatriati in Cina che riprende alcune tavole del fumetto originale e le usa, con nuovi testi, per descrivere le ultime, controverse, elezioni in Iran.

Clicca sull'immagine per leggere il fumetto.

(via)

 

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venerdì, 05 giugno 2009

Notte raminga e fuggitiva

di inkiostro
Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro, notte solitaria e vagabonda a pensierare in auto verso la prateria, lasciare che le storie riempiano la testa che così poi si riposa, come stare sulle piazze a spiare la gente che passeggia e fa salotto e guarda in aria, tante fantasie una sopra e sotto all’altra, però non s’affatica nulla. Correre allora, la macchina va dove vuole, svolta su e giù dalla via Emilia incontro alle colline e alle montagne oppure verso i fiumi e le bonifiche e i canneti. Poi tra Reggio e Parma lasciare andare il tiramento di testa e provare a indovinare il numero dei bar, compresi quelli all’interno delle discoteche e dei dancing all’aperto ora che è agosto e hanno alzato persino le verande per godersi meglio le zanzare e il puzzo della campagna grassa e concimata. Lungo la via Emilia ne incontro le indicazioni luminose e intermittenti, i parcheggi ampi e infine le strutture di cemento e neon violacei e spot arancioni e grandifari allo iodio che si alzano dritti e oscillano avanti e indietro così che i coni di luce si intrecciano alti nel cielo e pare allora di stare a Broadway o nel Sunset Boulevard in una notte di quelle buone con dive magnati produttori e grandi miti. Ne immagino ventuno ma prima di entrare in Parma sono già trentatré, la scommessa va a puttane, pazienza, in fondo non importa granché. [#]

Le straordinarie e immortali parole di Pier Vittorio Tondelli (da Viaggio, uno dei racconti milgiori di Altri libertini) sono state l'incipit del secret show di stasera alla Unhip Factory, dalle parti di Piazza Santo Stefano nel pieno centro di Bologna.  Sul palco Vasco Brondi (alias Le luci della Centrale elettrica) supportato dallo scrittore Enrico Brizzi col quale ha duettato in un paio di reading delle parole di Tondelli prima di lanciarsi in un insolito set acustico che non ha lasciato il pubblico indifferente. Qua sopra una foto rubata all'evento via cellulare, visto il rigoroso divieto di riprese audio-video.
Una serata che sarebbe piaciuta a Tondelli, probabilmente.

 

lunedì, 25 maggio 2009

"Dovremmo smettere di leggere libri di ebrei"

di playm
Il tavolo era tondo, di legno chiaro e con troppe mani di vernice. Erano in tre e undici anni tutte.
Valeria, scura di capelli, di occhi e di pelle, denti dritti e bianchissimi. Medaglia della Virgen de Luján regolarmente al collo. Ad essere un po’ stronza l’avresti apostrofata come la tipica india sudamericana. La tua migliore amica, avresti potuto permettertelo.
Iliana, capelli castani e occhi marroni, denti altrettanto dritti, un po’ meno bianchi e congenitamente altezzosa, in Argentina ti avrebbe dato sempre quell’impressione di oligarchia latente, in Spagna sarebbe diventata un’Arantxa qualunque, con un bel paio di orecchini di perle e i colpi di sole freschi di parrucchiere.
La terza si chiamava come non avrebbe dovuto, portava l’apparecchio ai denti -l’ortodonzia andava fortissima- e descrive.
Tutte perdutamente innamorate del loro compagno di classe. Leandro era bruno, con le lentiggini ed il Bar Mitzvah in cantiere. E infatti la questione era tutta lì, discutere del fatto che a sposarti un ebreo molto probabilmente saresti dovuta diventare ebrea anche tu. ‘Sai, la sua famiglia..’ esponeva seria la padroncina di casa. Era l’ottantasette, al governo c’era Alfonsín e la dittatura era finita.


Cover_GRANathan Englander è un ebreo con il naso parecchio grosso, nato nel 1970 a New York ed Il Ministero dei Casi Speciali è il suo secondo libro e primo romanzo. La storia è quella nota del desaparecido. Non è l’informe della CONADEP, non è Il Volo di Verbitsky eppure risulta sia sobrio che coinvolgente. È un romanzo e ripeterselo ogni tanto mentre si legge fa più bene -o meno male-.
Una famiglia ebrea ripudiata dagli stessi ebrei con un figlio ventenne nel 1976 a Buenos Aires, di come si possa violare un’identità in tanti tristi conosciuti modi diversi.
Ottima l’idea di introdurre la chirurgia estetica come mezzo per smettere di essere visibilmente quello che si è: ebrei dal naso enorme come la propria Storia. Ottima l’idea del mestiere paterno: incidere lapidi non per scolpire nomi ma per strappare dai vivi i morti, diventati carico inaccettabile nella Comunità in continua visione di repulisti.
S’incontrano molti personaggi di quegli anni, il generale con il bambino rubato e la moglie cinica e ricca, il vicino spaventato, chi acconsente e chiude gli occhi, l’ambigua figura clericale e il pentito -educato all’ESMA- dei voli nel Río de le Plata e ovunque tutta quella burocrazia implementata ai limiti della ratio.
Dimostrare la tua esistenza una volta scomparso è la parte più difficile, sei senza documenti, non risulti detenuto e i tizi che hanno bussato alla tua porta, quella porta che ti ha regalato tua mamma per salvarti, sono senza divisa e viaggiano in Ford Falcon. Una famiglia che si rompe ed i pezzi finiscono sui lati opposti del tuo piano bidimensionale per gli urti anelastici. Efficace e cattivissima l’idea delle ossa.
Tutto qui ruota intorno al sistema solare dell’essere. Chi sei per i tuoi genitori, per i tuoi amici in rubrica e per lei, che verrà dopo di te nella tua cella e mangerà i tuoi pensieri provando a salvarti, ringraziandoti della civiltà con cui le hai regalato il tuo nome.
E conta tantissimo la pacatezza di certe immagini e l’ironia di rapporti familiari -normalmente difettosi- prima di coprire lo specchio.
   
“La prima linea di difesa per un sistema corrotto e disfunzionale è mettere un ignorante di guardia alla porta.”

mercoledì, 29 aprile 2009

Ma non è lei che se ne va (forse)

di inkiostro

Oggi potrebbe essere una buona giornata per fare un salto in libreria. Ieri infatti per Mondadori Strade Blu è uscito Sono io che me ne vado, il romanzo d'esordio di Violetta Bellocchio.

Oltre che blogger di lungo corso (la lista di URL che ha cambiato nel corso degli anni è più lunga della strada che porta in Versilia; al momento la trovate su Valley of the doll e Rimozione da Tiffany) Violetta è un'amica (un paio di volte ha pure scritto qui, e mi ha promesso che lo farà ancora), quindi sono tutt'altro che obiettivo nel dirvi che ho già letto il libro e che è fortemente consigliato. E' il tipo di libro che non si riesce a raccontare, ma chi conosce Violetta e il suo stile denso, criptico e sorprendente sa bene che questo può solo essere un complimento.

Se avete dubbi, potete leggere un paio di capitoli sul sito, oppure dare un'occhiata alle surreali FAQ (un frammento qui sotto). Poi compratelo.

 

Dove abiti?

In una piccola città chiamata Non Sono Affari Tuoi.

 

Non fa ridere.

Hai ragione, col doppiaggio si perde sempre qualcosa.

 

Hai mai gestito un bed and breakfast?

No, e dubito che dopo questo libro qualcuno mi darà i soldi per aprirne uno. Però da ragazza ho fatto le pulizie in un ostello della gioventù. A Berlino. E’ stato il mio quarto d’ora di celebrità.

 

Hai mai avuto un "lavoro spiritualmente degradante"?

Dipende dai punti di vista.

 

[...]

 

Dimmi qualcosa che ancora non so.

Ho guardato più episodi di "Law and Order - Unità Vittime Speciali" rispetto a chiunque altro sulla faccia del pianeta.

 

E cosa vuoi, una medaglia?

Touché.

 

Questo romanzo è autobiografico?

Alcune cose sono successe, altre me le sono inventate, e non dirò mai cosa è cosa.

 

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giovedì, 16 aprile 2009

Inkiostro book logo

di uomosenzak

 

Se mai qualcuno si questo blog volesse fare una rubrica sui libri, ecco un logo perfetto. Creato da me medesimo in 5 minuti con questo alfabeto a base di libri e Microsoft Paint. Non è male, secondo me.

 

domenica, 01 marzo 2009

I BUCHI NERI

di ganz
Non mi piace riascoltare i dischi di un gruppo prima di andare a un concerto. Trovo che rovini l'esperienza del live decimando le possibili sorprese ed inibendo ogni Madeleine. E poi non posso non pensare alla mia vicina che ululava a squarciagola "piccola Katy" prima dei concerti dei Pooh. Sgradevole. A casa mia non cantava mai nessuno e per questo ci ho messo un po' a capire che quello che non faccio mai coi dischi e i concerti l'ho fatto coi fumetti e le mostre.

Ieri ad esempio mi sono riletto Black Hole di Charles Burns perché sapevo sarebbe stato in mostra a Bologna al Festival Internazionale di Fumetto BilBolBul. L'ho ripassato, così come la mia vicina ripassava l'opera completa di Facchinetti e Canzian per essere pronta alla performance. Perché alla fine vedere la tavola originale è l'unico modo per toccare con mano la performance fumetto: le sporcature di matita, le sbianchettate, le pecette. Normalmente non sono così interessato a questi aspetti tecnici: vedere la grammatura della carta o scoprire che l'artista usa una mina HB invece che B mi lascia indifferente. Ma a volte sento che devo riuscire a capire cosa c'è dietro le quinte, e questo capita quando mi imbatto in un'opera perfetta.

Black Hole è perfetto perché tutto, ma proprio tutto, ha un motivo per essere lì e tutto, ma proprio tutto, è intrecciato e dialoga con tutto il resto. Tutto si tiene. E' una di quelle opere che ti fa sentire in colpa se non ti piace. Lei è perfetta, al massimo sei tu che non sei interessato a quello che vuole raccontare per qualche tua idiosincrasia. Cosa che può benissimo capitare, dopotutto l'argomento principale sono le vagine mutanti.

   

   

La trama in brevissimo: Seattle, 1975 circa. Un virus ("the bug") si propaga per via sessuale tra gli adolescenti, rendendo mostruosamente deformi i contagiati. In alcuni casi i malati son talmente orribili da doversi rintanare nei boschi, mentre i meno sfigurati provano a proseguire la loro vita camuffando il marchio dell'infamia.

Non un'allegra commedia rosa, capirete, anche se gli ingredienti di partenza sono gli stessi: l colpo di fulmine tra i banchi di scuola, la prima volta, il lavoretto estivo, il campeggio, la fuga d'amore. Solo che il manzo della scuola questa volta ha due bocche e la gnocca di turno una coda da lucertola.
Le vicende di Rob, Chris, Liz e gli altri ragazzi si annodano in una rete di flash back, forward, lunghe sequenze oniriche ma soprattutto simboli sessual-freudiani, che costellano tutto la storia punteggiando ogni passaggio. Un simbolo in particolare ritorna con particolare forza e importanza, tanto che sembra che tutto ruoti attorno ad esso: la figa. Fighe-ferita, fighe-varco, fighe-gorgo che solo piselli ritorti possono penetrare, fighe-fighe. Figa ovunque, anche nel titolo a guardare bene.

Non si parla sempre di sesso in Black Hole ma la sessualità pervade tutto, come nelle vite di ogni adolescente. Solo che qui tutti i timori si realizzano in pompa magna. Il segno di Burns incarna perfettamente la tensione tra desiderio e terrore, innocenza e colpa: le linee precise, prese a prestito dagli anni '60 più pop, sono sommerse da litri di minaccioso inchiostro nero senza alcun grigio che possa portare sollievo.

Ed è questo che vorrei vedere alla mostra, il nero: avrà imbarcato il foglio da quanto ne ha messo? Avrà usato della carta spessa come compensato  per assorbirlo? Si riuscirà a vedere qualcosa sotto quel muro d'inchiostro, delle matite, delle imprecisioni? Non posso cedere che la realizzazione sia stata perfetta come l'opera. Per farla Burns ci ha impiegato 10 anni (dal 1995 al 2005), avrà di sicuro dovuto correggere qualcosa a posteriori, per omogeneizzare tutto. Avrà rifatto delle vignette. Deve averlo fatto.
Così mi sono riletto il libro per vedere le differenze, per capire il processo. Non credo che la mia vicina pensasse a questo quando ricantava "uomini soli" ma sono certo che tremava di gioia per qualche accordo un po' diverso, qualche nota un po' fuori posto: rendevano i Pooh un po' meno perfetti ma molto più veri.

Link:
biografia/bibliografia/link a intervista qui
un po' di pagine in Italiano scaricabili qui
la mostra durante BilBolBul qui
una recensione interessante di Paul Gravett qui


mercoledì, 28 gennaio 2009

Questa è un'offerta di lavoro (anche se non sembrerebbe)

di FrancescaGrado0

Il problema è tutto qua.

Vi sognereste mai, voi- dice Marco Cassini- di chiedere gratuitamente, così, solo "a titolo personale", un consulto medico al vostro ginecologo di fiducia per la prostata di vostro zio? Così, "soltanto per un parere".

Beh, insomma. Marco Cassini non dice proprio così. Però il concetto rende.

Marco Cassini - lo dico per i lettori di inkiostro che non hanno abbandonato il post alla parola "prostata"- è il direttore editoriale di qualcosa come il 90% dei libri che voi lettori di inkiostro cui la prostata vi sembra qualcosa di ancora più anziano degli Europe, sfogliate, leggete, avete sul comodino, avete-lì-e-non-sapete-di-avere, adorate, citate a memoria (stralci di Carver), riscrivete (come Carver), vi piacerebbe scrivere (come Carver) eccetera eccetera.

minimumfax, dico.

Il libro è una sorta di autobiografia-con-prostata. Parte da una malattia (realmente psicosomatica). Finisce in una malattia (allergicamente contagiosa) che è la malattia dei libri.

Ora. La frase di cui sopra si riferisce a un particolare fenomeno che colpisce immancabilmente chi lavora (o chi come me ci lavora solo tangenzialmente) in editoria. Sto parlando di quella cosa per cui al vostro generico aggirare l'imbarazzo provocato dalla domanda "Che lavoro fai?", non potendo effettivamente corrispondere con un altrettanto comprensibilissimo "Sono un imprenditore!", non riuscendo d'altronde neanche a chiedere all'ascoltatore pietà sulle parole "editor" o "fotolitista", buttate lì un vago "Mah lavoro in editoria...", questa cosa immancabilmente costringerà, e notate il verbo, non scherzo, costringerà, dicevo, quintali di aspiranti scrittori a sottoporvi le loro immortali opere "soltanto per un parere personale". Come se voi andaste dal ginecologo e, come sopra, diceste: "Già che ci siamo non è che può dare un'occhiatina anche alla prostata di mio zio, per favore? Solo per un parere personale".

E' capitato a Marco Cassini, come chissà a quanti altri editori. E' capitato anche a me, pensate.

 

Non so se c'entra qualcosa, ma io mi ricordo un fracco di morti fighi, nella mia vita. Allora, mi ricordo di quando morì Rodari, insieme a Montale. Più o meno. Ora, per voi lettori di inkiostro sarà preistoria archeozoica, però posso dire di avere vissuto i miei primi sei anni di vita con loro, perché di John Lennon non me n'è mai fregato granché.

Poi, sbalzellonando su e giù per la linea di un tempo che ormai sembra scolpita più sulle mie rughe che sulle mie curve, arriviamo a pochi chilometri orsono. Morì nonno Kurt, a seguire nipotino David. E oggi muore zio Updike, in due centimetri di TG1, in sala, mentre di là sto cucinando risotto allo zafferano.

Io non ho mai amato niente della morte, né del dopo. Per dire, da mio nonno, al funerale, mi ci han portato a forza- io, vecchia adolescente in anfibi che vageggiavo il Nulla, mica la morte, cari miei, no no, il Nulla Solitario Leopardiano Che Era Lì Dentro Tutto In Me, insomma da mio nonno mi ci portano a forza, ma non sono mai, come direbbe mia madre, "andata a trovarlo dopo". Per carità, evitatemi bare fioristi e vecchie coi rosari-ii.

Ecco, dicevo, io che non ho nessuna sensibilità nei confronti del post mortem (passatemela, suvvia...), sto come un cane ogni volta che mi muore qualcuno che ho letto. Bastardi. Bastardissimi scrittori di merda, dico, questo non vuol dire sconfiggere la morte ai posteri l'ardua eccetera e tutte quelle balle lì. Questo vuol dire fare affezionare come cagnoloni bavosissimi i vostri lettori a quello che avete subdolamente inventato e con cui ci avete irretito. E ora stiamo tutti male.

 

 

Tutto questo per dire che ancora non ne esco da DFW e quindi dovrò andare in analisi, non mi bastano neanche più le duecentesime riedizioni camuffate da nuove collane dell'editore-di-cui-sopra, no.

Ma volevo dire anche altro, però.

Insomma, scrivere non è un affare per molti, non è che ti puoi metter lì, carta penna e calamaio, che son dopotutto strumenti facilifacili, "alla portata di tutti" come dicono quelli che scrivono male e che ti chiedono "soltanto un parere", mica come girare un film, a girare un film ci vuol tutto l'ambaradan di mezzi soldi e chissà-perché-per-il-film-sì-e-per-il-romanzo-no ci vuole soprattutto la tecnica. Sapere cosa si vuol dire e soprattutto come lo si vuol dire.

Sapere che ci sarà da qualche parte, anche solo una zia, un parente, una fidanzata impietosa- dio, dio dimmi che esistono ancora le persone impietose- che leggerà la vostra cosa. E che leggendola non saprà come gesùsantissimo dirvi: ehi ehi, questa cosa ehm fa schi-fo! Fiu-uuu.

 

Non come me adesso, insomma. Che non so dove sto andando a parare. So solo che sto cercando qualcuno che scriva, ahahahahahaha.

No, giuro.

Ve lo giuro.

Ho smesso con gli adulti.

Passo ai bambini.

E questa è la modalità Humprey che ogni tanto sbuca fuori dai tempi in cui adolescente mi immedesimavo in Sam e non nelle fighe che piantavano Sam per il primo motociclista nazista che passava di lì.

No, dicevo.

Cerco scrittori per storie di bambini. Gli adulti, secondo me, han già troppo da leggere. Togli pure tutto quello spreco di alberi che si vede ogni giorno in libreria, vi giuro che potrei spianare a chiunque di voi chilometri e chilometri di scaffali immaginari con Morti Da Non Perdere.

Ma i bambini sempre secondo me han poi poco. Togli Harry Potter (che metterei invece nei chilometri-di-cui-sopra e da cui, lasciate fare va', molti scrittori per adulti dovrebbero solo imparare), togli i regaz della via Pal, poi alla fine rimangon tante belle illustrazioni, cioè troppo artizzzztiche, rimangono lupi cattivicattivi, principesse buonebuone, coniglietti teneriteneri e tanti troppi vomitevoli topi. Topi topi e topi da fogna in tutte le salse. Ratti da fogna, uscite dalla mia libreria, maledetti topacci.

Voglio voi, scrittori ahahahahaha di storie per bambini, che non parlate puccipucci ai bambini, ma che almeno una stracazzo di volta nella vostra vita avete guardato i bambini per quello che sono: degli indiscutibili cacacazzo cui manca totalmente la cognizione di Dignità (si scaccolano tranquillamente in pubblico), di Società (interrompono ogni tipo di discorso, a tavola e non solo), di Prostata (mamma mamma cos'è la prosta-tara-tà-tà-tààààààààà ti sparo, sei morta), ai quali avete voglia di fare un regalo. Così, Giusto per farli crescere un pochettino.

 

Vogliate mandare le vostre proposte alla seguente mail (info | at | studiogradozero.it). Sarete letti, giudicati, sbeffeggiati, amati, scherniti, buttati fuori dalla finestra, dovrete crescere, dovrete troppo essere dei nostri, farete un fracco di cose, insomma, potete anche provarci. In fondo siete ancora vivi.

 

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sabato, 06 dicembre 2008

Una storia blu

di FrancescaGrado0

Questa è una storia fatta di fili sottili di trama blu. Che sono luce che filtra ombrosa dalla finestra semichiusa, sono facce di ragazzi, sono la nebbia impalpabile del porto di ancona, e poi ancora i binari della cupa e vegliarda stazione di bologna, sono quella voglia di stare a dormire sotto le coperte blu. Per malattia, certo, non altro.
"E se il cuore sta bene
sarà sicuramente qualcos'altro a non andare."
Il libro inizia dalla sua copertina.
Lucidata uv. Vuol dire che qualcuno ha deciso di tirare a lucido minuscole parti dell'immagine di copertina, per dare loro rilievo. Qui la decisione è tutta logica, eppure impazzita, floreale. Qui la lucidatura disegna gigli. O forse sono fiori che crescono solo sott'acqua, contorsioni subacquee che ti fanno passare il dito su tutto quel blu a rilievo. E poi ci sono i fili.
Mentre leggevo, mi veniva in mente il tempo in cui si facevano telefonate, la cornetta appoggiata sulla spalla, il filo che si perdeva in un'intrinseca dinamica di muro, la mano che mentre si parlava disegnava veloce con una bic (blu) qualcosa su un bloc notes cui la mamma attribuiva previdenza di appunto ma che a lungo andare rivelava il suo inevitabile status di Oggetto Più Inutile Del Mondo.
Ecco. I fili che si disegnavano, tutti così paralleli, tutti così provenienti da una bic blu. Quelli che noi non sapevamo fare, qui ci sono, fatti bene, fatti giusti, fatti che ti incanti a ogni tavola a contarli, quasi.
Poi ci sono tavole bianche, perché sono le tavole del dolore. E di dolore ce n'è tantissimo, in questo fumetto.
"Cercai di riemergere in superficie senza toccare il fondo
come una sensazione di soffocamento"
La storia è una storia fatta su un filo solo. Una ragazza, con un male di vivere. Non è la solita storia da giovani, per giovani. Non è il solito scontorno di trentenni ammuffiti sui banchi delle medie e violentati dal lavoro in un call center. E' una storia blu. Fatta di fili, come quei diagrammi cartesiani che se da bambino collegavi i numeri alle lettere veniva fuori qualcosa che non ti aspettavi.

 

Domenica l'autore di Quando tutto diventò blu, Alessandro Baronciani, sarà alla Feltrinelli Village di Parma, a presentare il suo ultimo libro. H. 17.00. Presenta gradoZero. partecipa Sergio Rossi.
Non mancate.

 

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mercoledì, 17 settembre 2008

Quattordici o quindici cose che penso di lui. A proposito di un ragazzo prodigio.

di FrancescaGrado0

 

LUOGO: BOLOGNA, EMILIA ROMAGNA, ITALY
DATA: 14 SETTEMBRE 2008
SOGGETTO: OVVIO

 

La prima cosa che ho pensato è che non è una cosa bella da far trovare a una moglie.
Voglio dire, no. Non è una cosa affatto bella. Ehi gente, io stavo in una farmacia comunale, voglio dire, stavo comperando la mia dose mensile di pillole anticoncezionali ed era il Giorno Del Mio Compleanno. Cioè, stavo proprio pagando le mie pillole, il Giorno Del Mio Compleanno. Quando me l'hanno detto. Il Giorno Del Mio Compleanno. Mi hanno detto: è morto. Gli auguri, quelli in un post scriptum.
Allora io dico: come, è morto. Non può. E invece mi dicono: ehi, mi dispiace. Mi dicono: impiccato. Auguri, mi dicono. Allora io dico: come, è morto. Dico: comunque uh grazie per gli_ E allora mi dicono: L'ha trovato la moglie non meno di due ore fa. Chiedo al farmacista che ore sono. Sono le undici e un quarto della mattina del Giorno Del Mio Compleanno. Il Nuovo Orrore.
La seconda cosa che penso è al fuso orario americano e a quanto la vita ruoti con la sua laica rigidità anche troppo intorno a un asse. Non. Esistono. Coincidenze.
Adesso però, grazie all'Orrore, c'è qualcosa di cui parlare che è più forte di ogni inibizione, come se fossimo tutti lì e avessimo appena visto lo stesso incidente stradale.
Credo che lo stiamo tirando un po' giù tutti quanti da quella corda.
Una cosa che penso adesso, tra le tante, a mente sgonfia: diventerai il mio personalissimo Quattordici Settembre. Il Nuovo Orrore.
La terza cosa che penso è relativa ai Primi Cinque Minuti Post Orrore, ed è: perché nessuno me lo dice, perché nessuno mi sta vicino in questo blabla. La quarta ben più angosciante cosa che penso segue immediatamente la ben meno angosciante terza cosa che penso e cioè: perché me lo stanno dicendo tutti. E tutti a me. Il Giorno Del Mio Compleanno, ah, auguri, tra l'altro. Qualcosa come uhm n-esponenziale numero di sms, insomma questi barili di messaggi listati a lutto che mi dicono: è morto. E grazie al cazzo che è morto, lo so, cosa volete tutti da me. Perché mi sono tutti vicino in questo blabla, è la quarta cosa che penso.
La quinta cosa che penso è che non sono la moglie che lo ha tirato giù. Sono una vecchia sui tacchi che il Giorno Del Suo Compleanno sta comperando cose che hanno incredibilmente a che fare con la sua Già Di Per Sé Complicata Giornata e insomma, mi sembra già un tantinello difficilotta così, voglio dire, trascorrere il proprio invecchiamento cercando di porre un margine alla Possibilità Di Mettere Al Mondo Potenziali E Impiccabili Geni, ehi gente, qualcuno vuole compiere gli anni oggi. Insieme a me. E a Pier Vittorio (passato, diciamocelo, passato momentaneamente e uh uh neanche troppo ragionevolmente in disparte).
La sesta cosa che penso è che la farmacista ha insistito per darmene due scatole. Due, ehi, diciamolo pure, io sono perfettamente consapevole che, ehi lo so che che mio figlio mi tirava per la giacca, in farmacia, chiamandomi Mamma Sotto Shock, Mamma Sotto Shock, però uh, voglio dire, la genitorialità è l'ultima a morire.
Lui no.

 

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sabato, 06 settembre 2008

Gitano del cyberspazio però no, dai

di inkiostro

La redazione di inkiostro arrossisce all'unisono per le sperticate parole di lode spese da Pier Andrea Canei nell'ultimo numero di Internazionale (non online) nei confronti di questo blogghetto (in occasione della segnalazione dell'ultimo singolo di Fujiya e Miyagi all'interno della sua rubrica Playlist):

Fujiya e Miyagi - Knickerboxer

E poi ci sono i gitani del cyberspazio, quelli che non smettono mai di girellare da un link arcano a un server remotissimo, in cerca di musica video e sorprese. Come il famigerato Inkiostro da Bologna, uno che vale la pena di andare a trovare (su inkiostro.splinder.com). Da anni è quasi sempre il primo o l'unico a reperire librerie dalle forme improbabili, giochi, vario cazzeggio internautico e anche musica interessante. Come l'ultimo delirante video di questo quartetto di Brighton dal nome nipponico e dallo swing elettronico, che sminuzza il pop delle nostre vite quotidiane in piccole diapositive colorate da rivedere all'infinito.

[Grazie a Mingo e Pirex per la segnalazione. E ovviamente a Pier Andrea Canei, troppo buono. Il video e la canzone sono sempre qui]

 

mercoledì, 02 luglio 2008

Volevo dirvi_

di inkiostro

 

_che fa un caldo bestia.

 

_che il caldo mi rincoglionisce, e per questo finisco ad ascoltare col repeat cover acustiche da catechismo di classici immortali del pop elettronico interpretati da terrificanti band commerciali danesi:

 

Alphabeat - Digital Love (Daft Punk cover) (MP3)

 

 

_quanto è figa Mad Men, la spettacolare serie tv ambientata nel mondo dei pubblicitari della New York degli anni '60 che anch'io come voi ho scoperto grazie al post di Icepick. Se non credete a lui o a me credete ai Golden Globe che ha vinto quest'anno come Best drama e per il miglior attore, o al lunghissimo articolo di copertina del New York Times Magazine della settimana scorsa. Ho divorato la prima stagione a tempo di record, e la seconda comincia tra meno di un mese. Oh my.

 

_che -mea culpa- non avevo ancora segnalato la puntata di Maps di quasi un mese fa in cui io e Arturo Compagnoni abbiamo chiacchierato con Francesco Locain dell'ormai celebre PomaGate, col fake dei Death Cab for Cutie scelto come Disco del mese del numero di Rumore di Giugno. Ascoltate l'audio e poi ditemi: siamo o non siamo quasi -quasi- riusciti a raggiungere delle conclusioni?

 

_che ieri mi ha scritto Uomonero (il creatore di Splinder, per voialtri che 6 anni fa non c'eravate), che mi segnala Ideare casa, il suo nuovo blog interamente dedicato all'arredamento. Ottimamente scritto e davvero ricco, consigliatissimo a tutti gli appassionati di design. Anche se lo vedo un po' carente sul settore delle librerie: posso dare una mano?

 

_cose su Frequenze Disturbate, la cui ormai storica disorganizzazione pare non cessare con gli anni e col cambio di gestione (da DNA e LiveinItaly). Così a poco più di un mese dall'indie festival urbinate amato da grandi e piccini sono cambiate la data (non è più il 2 e 3 di Agosto, come dicevo qui, ma il 9 e il 10) e la line-up (definitivamente sfumati Oneida ed Emiliana Torrini, quasi certi Radio Dept e Cristina Donà, probabili Akron Family e Nina Nastasia, da confermare Okkervil River -ooops, non potevo dirlo?- ), e ancora latita ogni conferma ufficiale su carta (anche se a giorni dovrebbe uscire la pubblicità sui mensili musicali di Luglio) o su web. Ho il sospetto che non sarà proprio un'edizione affollatissima.

 

_che 78.08, ultimo romanzo di Tommaso Labranca è un'eccellente lettura estiva, a partire dalla bizzarra cornice (il confronto tra il .78 di Tony Manero ne La febbre del sabato sera e lo .08 del protagonista Antonio Maniero) per continuare con le straordinarie digressioni pop che contengono, come al solito, riflessioni fulminanti sulle nostre miserande vite desertificate. Consigliato 
[more su Anobii]

 

_che avevo già letto in passato vaghe notizie sulle cyberdroghe musicali, che ieri hanno fatto il botto sui siti di informazione italiani (La Stampa, TGComPunto informatico) con l'ovvio florilegio di allarmismi e cialtronerie assortite. Viste le fonti e la pressochè totale assenza di pareri o racconti vagamente attendibili, io continuo a pensare sia la solita vaccata generalista e iperbolica a cui i media italiani ci hanno da tempo abituati. Però chissà, magari stavolta non esagerano; in caso sono pronto ad essere smentito, e sarei curioso di saperne di più.

[grazie a Plz] 

 

_che fa troppo caldo, quindi mi sa che non vi dico più niente, e appena posso vado al mare.

 

martedì, 01 luglio 2008

How to write a post about How-to books

di hankmooody

The 10 craziest How-To books: esistono davvero (per molti c'è anche link per acquistarli su Amazon, se non ci credete) e in più di un caso è difficile resistere alla tentazione dell'acquisto impulsivo fatto al solo scopo di scoprire cosa c'è scritto.

Quali saranno le istruzioni di Come diventare Papa? E quelle di Come defecare nei boschi? Non siete anche voi divorati dalla curiosità?

 

sabato, 21 giugno 2008

bum bum bum

di inkiostro

quanto t’amo secondo te quanto?
in chili quanto t’amo?
il litri quanto t’amo?
quanto t’amo in metri?
quanto, dimmi quanto secondo te quanto
in iarde? (una iarda è 0,9144 metri)
quindi quanto t’amo in iarde secondo te?
e secondo te quanto t’amo in megatoni?
in mele?
in api?
in camions?
ma secondo te è possibile amarti in cani?
in cani ad esempio quanto t’amo in cani?
in fuchi?
in biglie?
in polpastrelli?
in delta di fiumi?
quanti delta di fiumi abbisognamio per esprimere quanto io t’amo?

 

in presidenti della repubblica italiana?
lo so, ti sembra strano
ma è plausibile esprimere quanto t’amo in presidenti della repubblica italiana
de nicola
einaudi
gronchi
segni
saragat
leone
pertini
cossiga
scalfaro
ciampi
napolitano

 

solo undici!
no
almeno altri cinquecento anni di presidenti
almeno

 

in umberto eco?
quanti umberti echi ci vorrebbero
per stabilire quanto t’amo?
impossibile dirai tu
infatti
ce n’è uno solo
ma immagina che uno possa moltiplicare umberto eco
quindi quanti echi quanti secondo te quanti?

 

è inutile
lo so
non esiste
un’ unità di misura valevole
per calcolare quanto t’amo

 

apparte
il vecchio vecchio
bum bum bum
del mio cuore aritmico
bum bum bum
quando ti vedo
che mi cammini verso

 

[Guido Catalano]

[appena scoperto grazie all'analogo post di Chiara e immediatamente ordinato]

 

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venerdì, 13 giugno 2008

C'era una volta il nastrone

di inkiostro

E' un rito che ai tempi abbiamo fatto decine di volte.

Abbiamo passato ore a scegliere tutti i pezzi uno ad uno, a decidere l'ordine migliore, cosa mettere in apertura e cosa in chiusura, dove piazzare i pezzi da novanta e dove posizionare i pezzi che sottolineavano meglio il messaggio che volevamo mandare (c'era sempre un messaggio). Abbiamo scritto i titoli uno dopo l'altro stando attenti a non far sbaffare il tratto-pen sulla carta lucida della copertina (io, per evitare di passarci sopra con la mano e toccare l'inchiostro fresco, li scrivevo in ordine inverso), abbiamo considerato se mantenere un look sobrio e anonimo (titoli e poco più, di solito io facevo così) o se donargli una veste grafica più accurata (una foto? un ritaglio di giornale? un disegno?), abbiamo scelto il titolo (la chiave -ovviamente enigmatica- per capirne il senso profondo), valutato se fare una dedica o quantomeno una firma o una sigla, e alla fine l'abbiamo messo nella piastra e premuto «play», per sentire come suonava dell'inizio alla fine.

 

Abbiamo registrato mixtape per far colpo sulle ragazze, per far conoscere musica nuova agli amici, per avere la nostra colonna personale nell'autoradio, per festeggiare ricorrenze nostre o altrui, per selezionare la scaletta killer di un artista o un genere, per confezionare il mix da party definitivo, e per far colpo sulle ragazze (l'ho già detto?). Alla fine degli anni '90 siamo passati ai cd masterizzati, sembrava un passo naturale ma già non era la stessa cosa. Ora facciamo le playlist sull'iPod, scriviamo le scalette sui blog, linkamo i nostri muxtape, ma la magia è persa, e lo sappiamo. La magia dei nastroni e della loro cultura è persa, e non tornerà.

 

Mix Tape - L'arte della cultura delle audiocassette è il libro compilato da Thurston Moore (voce e anima dei Sonic Youth, tra le decine di altre cose) per celebrare ed onorare questa piccola forma d'arte ormai scomparsa. Pubblicato negli States nel 2005 e appena uscito nelle nostre librerie nell'edizione italiana (bellissima e assolutamente fedele all'eccezionale veste grafica dell'originale) grazie alla sempre beneamata ISBN Edizioni, Mix Tape raccoglie le storie e le immagini di decine di nastroni originali a suo tempo creati da una serie di personaggi dell'undergound americano, selezionati da Moore.

Un libro che è un piacere sfogliare e guardare, rifacendosi gli occhi con le BASF dai colori acidi e le Sony nere e sobrie, con i titoli scarabocchiati a penna, le grafiche do-it-yourself, il mondo perso che evocano e i ricordi che fanno riaffiorare. Un libro che è un piacere leggere, nelle annotazioni brillanti di Thurston Moore e di Bruce Sterling (autore, nell'introduzione all'edizione italiana, di alcune delle osservazioni più lucide), nelle storie minime -ironiche, curiose, malinconiche- raccontate dagli autori dei nastri, nelle scalette d'altri tempi che riportano, e negli squarci di vita che se ne possono desumere. Un libro eccezionale.

 

Stasera, a Get Black, (come sempre alle 21 sui 103.1 FM a Bologna e provincia, per gli altri in streaming OGG o MP3, e dal weekend scaricabile in podcast) parliamo di nastroni, mixtape, cassette e di quello che hanno significato per noi, nei nostri personali amarcord e nella storia della musica e della sua fruizione.

Non paghi di scoperchiare questo vaso di Pandora, tentiamo nel nostro piccolo di emulare Thurston Moore e il suo certosino lavoro di ricerca sul tema, e chiediamo aiuto a voi: mandateci via mail (all'indirizzo black |at| getblack.it) i vostri nastroni storici e le storie che ci sono dietro, salite in soffitta e tirateli fuori dagli scatoloni, soffiate via la polvere e date loro nuova vita spiegandoci cosa succedeva in quei giorni, cosa vi ha guidato nella scelta della scaletta, a chi l'avete regalato (o da chi l'avete ricevuto) e cosa ha significato per voi. Se volete armatevi anche di scanner e macchina fotografica, per farci vedere la grafica e far sospirare un po' anche noi. 

Chi ci manderà il nastrone più significativo, in ogni possibile senso del termine, riceverà una copia di Mix Tape - L'arte della cultura delle audiocassette, grazie a ISBN Edizioni. Diversamente dal solito avete a disposizione una settimana (premieremo il vincitore venerdì 20 giugno), così avete tutto il tempo per recuperare i nastroni dai luoghi in cui sono finiti, o di contattare quella ex a cui avevate fatto una formidabile compilation nel '96 per chiedergliela indietro (tanto l'ha ascoltata al massimo due volte, ormai lo sapete). Chissà che, da questo, non nascano altre storie da raccontare.

 

venerdì, 06 giugno 2008

Giovanni 11,1-46 2.0

di punch-drunk



***

 

Il piccione volava distratto, sfiorando pericolosamente alcuni passanti più bellicosi e rapidi di altri, una bici, un pioppo, un paio di suv, un lampione – il lampione chiaramente nemmeno si era mosso.

Con un paio di volute affannate riuscì a sollevarsi ancora ed a posarsi sul tetto dell’edificio, vicino all’insegna. Casaleggio ed., LTD, si leggeva, e sulla T spiccava un volatile sovrappeso. Il piccione valutò la situazione e decise di restare lì a meditare ancora un po’ sul da farsi, mentre tre piani più in basso Miscavige entrava nell’edificio. Il traffico intorno al Madison Square garden continuava indifferente.

 

***

 

“Cin”

“Cin”

“… davvero, non è questione di aspirazione alla frustrazione.”

“Mh.”

“Il punto è che Hank piace perché noi abbiamo già tutti i suoi difetti: pensiamo da anni alla stessa persona, non abbiamo mai sfruttato davvero le nostre capacità, siamo infelici e incapaci.”

“…”

“E la differenza è che lui oltre a questo è un donnaiolo ed uno scrittore di talento. Non si desidera l’infelicità, si desiderano le capacità.”

“E la possibilità di fare l’allegro cazzone a quarant’anni.”

“Sì, ma sul serio. Io ero un quarantenne quando ne avevo venti, a quarant’anni vorrei essere un ventenne.”

"Cinico e un po' stronzo?"

"Cinico e un po' stronzo."

“…”

 

***

 

L’odore è ancora troppo penetrante quando riapre gli occhi. Le palpebre sono pesanti, ed il sevoflurano ancora in circolo nei polmoni rende troppo difficile da sopportare persino la voce altrui.

“Parlate di meno, lentamente, faccio fatica”, riesce a dire dal letto alle due persone che gli sono accanto, che conversavano animatamente. Tacciono. Gli occhi che spuntano dalle lenzuola bianche e grezze dell’ospedale sembrano confusi.

“Cosa…”, cerca di dire, ma la fatica ha la meglio e ritorna a dormire.

 

***

 

“Quand’è che questo gioco è diventato più grande di noi? Che non siamo più riusciti a controllarlo? Per esempio… Ironman, l’hai visto Ironman, tu?”

“Beh, io…”

“Sai cos’ha scritto Strade dissestate? Cinquanta righe di elogio – alla sceneggiatura, agli attori, alla regia, agli effetti speciali, alle metafore - con un lunghissimo panegirico sul sottotesto morale. Tu l’hai visto, Ironman?”

“No, com’è?”

“E’ orribile. Si salvano gli attori e gli effetti speciali. La regia è scontata e la sceneggiatura fa ridere – dove non fa tristezza. È un elogio degli americani buoni e delle armi usate per giusti fini, inframmezzato da gag più o meno divertenti.”

“…e?”

“E quando è diventato normale il camp? Quand’è diventato encomiabile? Da quando Ironman è globalmente un bel film?”

“Io non…”

“Siamo noi che abbiamo legittimato tutto questo?”

 

***

 

Occhi aperti. Fatica. Occhi chiusi. Ecco, ora sì. Oocchi aperti. Bene. Pensieri da coordinare. Parliamo, proviamoci. Sorridono. Come sta. Sto bene, dico, o forse ci provo soltanto, forse farfuglio “OEEE” e lascio a loro lo sforzo di interpretare. Ieri febbre, mi dicono, capita, è normale. Adesso flebo, da domani mangia, non la voglio la flebo, già mi fa male tutto, non la voglio la flebo voglio solo dormire, dormire, dormire e ricordarmi perché sono qui e che cosa ci faccio.

 

***

 

Io al concerto dei Battles non c’ero. Non ero in città, se ci fossi stato ci sarei andato.

Eppure lo so, come era quel concerto. Era un frullatore: elettronica, math-rock, improvvisazioni di jazz acido, noise, tasti suonati a caso. Mi piace? Mi piace, è la mia posizione ufficiale, oramai io sono le mie posizioni ufficiali. Mi piace l’elettronica, mi piacciono i Battles.

C’ero al concerto? No, ma se necessario sì. Se dovessi potrei parlarne, ne ho viste a decine di concerti così, non fa nulla che non fossi davvero sotto il palco a vedere Ian Williams che ballava sghembo con la sua chitarra violentando sincopatamente la tastiera.

Se dovessi potrei parlarne, io il concerto dei Battles l’ho visto anche se non c’ero.

 

***

 

“Ben svegliato.”

“Ciao…”

“…David.

“Ciao, David.”

“Ricordi?”

“Niente.”

“Normale. Domani comincia il tuo training. È stato così per tutti, stai reagendo bene. Beppe abbiamo dovuto legarlo il primo giorno”

Beppe. “Beppe…”

“Sì. È normale, te l’ho detto, non sei il primo. Dormi, riposati, domani ti spiegheremo.”

Dormo.

 

***

 

E non lo so fino a che punto è stata una scelta voluta e quanto invece le cose si sono impossessate di me. Fisso lo schermo e non riesco a rispondermi.

Io ci lavoro, davanti a quello schermo. Ci passo le giornate, mi sono detto, tanto vale dedicarci anche il tempo libero, mi ci trovo. Così – twitter, myspace, anobii, lastfm, flickr, non ricordo più neanche dove ho veramente aperto un account e dove ho solo pensato di farlo.

E le cose si impadroniscono di te così, lentamente, un passo per volta. Cosa importa se dopo nove ore di lavoro passo ancora altre due ore davanti ad un LCD. Non mi costa fatica. Non mi dispiace.

Uscire? Ancora un feed, ancora un commento.

La ventola ronza silenziosa mentre la luce passa tra i contatti, costante ed indifferente a dispetto di tutti i fan di nerooogle del mondo.

 

***

 

Oggi è diverso. Lo aiutano ad alzarsi, a lavarsi, lo vestono. Ti gira la testa? No. Va bene un discorso più lungo? Va bene. Vieni con noi. Va.

La stanza è un ufficio asettico virato in bianco, un ficus stereotipato, qualche foto alle pareti. Il titolo di commodoro, una foto dell’attore che salta sopra i divani impegnato a promuovere Narconon.

Dietro la scrivania ci sono due sedie, sulle sedie due marionette, o due persone, è tutto ancora così buffo. Parlano, una in inglese ed una in italiano, spiegano.

Non ti devi preoccupare di nulla, ci pensiamo noi. Tu non ricordi, è normale, è tranquillo, è tutto scritto. Indicano dei fogli, gli puoi dare un’occhiata se vuoi, alle prime pagine, riconosci la grafia?

Il resto non lo leggi però, funziona così. Riconosce la grafia.

Da adesso andrà tutto bene, da adesso non sei più solo, ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare di nulla. Non sei il primo sai, sappiamo già cosa fare, in questo momento stai vedendo Cai Guo Qiang al Guggenheim. Tranquillo, leggi e ricorderai. La gente, la gente si aspetta delle cose da te, tu non ne potevi più, quelle cose gliele daremo noi. Non ti devi preoccupare di nulla, è normale.

La conversazione dura troppo e le palpebre sono di nuovo pesanti ed il ficus è più difficile da osservare adesso ed una delle due persone in camice se ne accorge perché la conversazione termina così.

 

***

 

“Ehi.”

“Ehi, quanto tempo… Come va?”

“Ti ricordi l’anno in cui Julian Cope si tagliò sul palco? Ti ricordi i concerti al Velvet? Ti ricordi la prima volta che ti accennato del gruppo svedese che a maggio avrebbe suonato a Bologna, la prima volta che ti ho parlato di Gibbard?

“Che hai?”

“Sono stanco.”

“Lavori troppo. Ma non è questo. Mi spaventi. Che hai?”

“Niente.”

“Mi chiami dal nulla, parli a fiume, non è vero che non hai niente. Che hai?”

“Sono sempre stato così?”

“…”

“Seriamente.”

“Così come?”

“Dai che lo sai che voglio dire”

“Sì. No. Uff. Che vuoi che ti dica?”

“Non lo so”

“Sei sempre tu, io ti conosco da tanto. Però non sei sempre stato così. Non posso parlare comunque, sto lavorando. Mi chiami dopo?”

“Mh.”

“Mi chiami dopo?”

“Va bene.”

“Va bene. Ci conto. Stai tranquillo e poi ne parliamo.”

“Sì. Ciao.”

“Ciao.”

 

***

 

Poi per un momento mi è sembrato di ricordare. Ero sveglio, dormivo, non lo so. Cioè lo so, razionalmente lo so, si chiama allucinazione ipnagogica. Di solito succede che credi di svegliarti e rimani paralizzato. Urli e non ti sente nessuno. Hai visioni, probabilmente è così che la gente parlava con dio anni fa. Allucinazioni ipnagogiche. Eppure mi è sembrato di ricordare.

Scrivevo, avevo questo… avevo un blog. Mi chiamavo… mi chiamavo Fabiano Frangia. Sì, Fabiano. Mi pare. Scrivevo di musica, scrivevo, la gente… maledetta indeterminatezza dei sogni. Non era così. Mi chiamavo… mi chiamavo Filippo. Filippo Facci. Sì, questo me lo ricordo, Filippo Facci, il nome me lo ricordo. Scrivevo di tutto, la gente leggeva e commentava, male commentava, la gente leggeva e mi insultava. Filippo Facci. Oppure no, la gente mi insultava davvero? Eppure per un momento mi è sembrato di ricordare.

 

***

 

La gente balla comunque, se metto elettronica ucraina o quel pezzo che adoro che dice Then you picked the wrong place to stay. La gente balla comunque, lo fa da sempre qui, eppure mi sembra diverso. Mi sembra che prima ballassero di tutto perché erano curiosi di tutto, era il sapere aude della musica. Ora ballano di tutto perché tutto gli è indifferente, non sono qui per la musica, non sono qui per scoprire, sono qui ma potrebbero essere al Billionaire se fosse di moda il Billionaire.

Meglio quando ce la tiravamo in trenta, quando Meloy era un cognome come un altro? Chissà. E chissà quanti lo hanno detto di me quando sono entrato qui la prima volta, quando guardavo io l’uomo con il box dei dischi dietro il palchetto rialzato scegliere la canzone successiva. Where are your friends tonight?, continua a chiedere, ed io la risposta davvero non la so.

 

***

 

“Reagisce meglio del previsto.”

“Sì, ottimo soggetto.”

“Il team come sta andando?”

“Bene. I nuovi si stanno integrando con quelli scelti da lui. Un po’ troppo anarchici.”

“Pensi che…”

“Solo se necessario.”

“I nostri?”

“Firmeranno a suo nome. Alcuni già lavoravano per…”

“Sì, chiaro.”

“E per Antonio.”

“Mh.”

“Cosa?”

“Ce n’era davvero bisogno?”

“Lo sai anche tu che non ho fatto niente stavolta, è stato lui”

“Sì, ma…”

“Sarà utile, non ti preoccupare.”

 

***

 

Ieri ho passato il limite. Dal nulla hanno cominciato a parlarmi in tre su googlechat. Ho detto che stavo uscendo e ho salutato tutti affrettatamente.

Poi mi sono deciso, non ne posso più, ci pensavo da un po’. Basta, davvero.

Sono andato alla libreria e l’ho preso. Il web è morto, viva il web. Non ho potuto fare a meno di ridere. Com’è ironico il fato, i segnali che ci manda quando si diverte a prendersi gioco di noi.

Ho controllato la quarta di copertina mentre cominciavo a premere i numeri sulla tastiera.

 

“Pronto?”

“Gianroberto?”

“Chi parla?”

“Mi chiamo Francesco. Però scommetto che conosci il mio blog. Vorrei proporti un patto. So come funzionano le cose, vorrei farne parte anche io.”

“…”

“Beh?”
“Non parliamone qua. Ci incontriamo per un caffè e ne discutiamo un po’, ti va?”

“Va bene.”

“Senti, se ci trovassimo d’accordo… ti piacerebbe vedere Sutton Square di persona? Sai, mi pareva che ti piacesse…”

“Sì.”

“Bene. Mi faccio sentire. Ciao”

 

***

 

Mi hanno lasciato quelle quattro pagine sul comodino. Francesco Fungo, c’è scritto grosso nella prima, e la grafia è la mia, il nome è il mio. Continua con una serie di dati inutili per una pagina e mezza. Salto. Leggo. Dipendenza, recupero, collaborazione, editore fantasma, amnesia indotta, 2.0. Rileggo, non ci posso credere. Io sottoscritto Fungo Francesco… non ci posso credere. Però comincio a sentirmi meglio. Respiro. Non ho neanche voglia di dormire.

Entrano, gli chiedo se posso tornare in quell’ufficio, devo chiedere una cosa. Nessuna sorpresa. È tutto normale, certo, non sono il primo, eccetera.

E adesso, domando. Adesso ci pensiamo noi. E se volessi aggiungere qualcosa? Puoi, chiaro che puoi. Beppe aggiunge sempre delle battute qua e là. E gli altri? Gli altri li hai scelti tu, da prima. Io? Tu.

 

You think over and over, "hey, I'm finally dead.”


Io. Va bene allora, scriverò qualcosa io, voglio sancire il passaggio, voglio marcare la differenza. Non esiste e non è mai esistito, è una vostra proiezione mentale, batto in terza persona come da protocollo, rido da solo adesso nella luce fioca della stanza, e altrove continuo, dopo 5 anni e mezzo, da queste parti comincia l'era due punto zero.


Tenetevi forte.


 


venerdì, 18 aprile 2008

Gente che dovreste conoscere

di inkiostro

Stasera a Get Black vi presentiamo un paio di amici che dovreste conoscere.

 

Claudio, in arte Athebustop, è uno dei più interessanti nuovi cantautori in cui mi sia capitato di imbattermi recentemente. Dopo un po' di demo e un EP autoprodotto, ha da poco partecipato alla compilation Tales from my pocket (in compagnia di Sara Lov, John Parish, Giovanni Ferrario, Uzi e Ari e molti altri) pubblicata dall'etichetta lussemburghese Panoplie. Un nome da tenere d'occhio, soprattutto per i fan di Damien Rice, Iron and Wine, Radiohead e affini. Stasera ci suonerà anche qualche pezzo live, in duo chitarra e violoncello.

 

Samuele Galassi è fresco autore dell'ottimo Tornerai ogni mattina, un romanzo che sta facendo molto parlare di sè. Una straordinaria capacità di giocare col grottesco in modo lieve, di mischiare Bill Murray e Bret Easton Ellis, il noir e Sclavi, di costruire una tragedia sulle piccole fissazioni e di ricondurla poi al quotidiano che, nella sua surrealtà, è forse ancora più drammatico. Un esordio eccellente. 

 

Stasera faremo 2 chiacchiere, ascolteremo della musica, parleremo delle rispettive produzioni (e le regaleremo, ovviamente) e capiremo che evoluzione avranno i loro percorsi artistici.  Ce li scegliamo bravi, gli amici.

[Dalle 21 sui 103.1 FM a Bologna, oppure in streaming, e tra qualche giorno in podcast.]

 

Athebustop - A wish (MP3)

 

venerdì, 30 novembre 2007

Get Black o la dura legge della radio

di inkiostro

Bando alle ciance, questa volta sarò telegrafico, perchè di tempo per (stra)parlare ce ne sarà in abbondanza questa sera: dalle 21 a Get Black avremo ospite Gianluca Morozzi, prolificissimo scrittore per Guanda e Fernandel (Black Out, L'era del porco, L'abisso) che non ha bisogno di presentazioni. Faremo quattro chiacchiere sulle sue ultime produzioni, sul rapporto tra Emilia e Rock (che ha raccontato bene in L'Emilia o la dura legge della musica), su Bruce Springsteen (sui cui fan il nostro ha scritto Accecati dalla luce), su cosa voglia dire riuscire a vivere di scrittura in Italia, e sul rapporto tra la nostra terra, la sua opulenza alimentare e la creatività artistica che da sempre la contraddistingue; e -ovviamente- regaleremo un PACK con una nutrita selezione delle sue produzioni vecchie e nuove.

 

Come al solito ci trovate dalle 21 alle 22.30 sui 103.1 MHz in FM di Radio Città Fujiko per Bologna e provincia, oppure in streaming per tutti gli altri (e, dal weekend, in podcast dall'apposita pagina). SMS in diretta al 333 1809494, Mail black AT getblack.it. Devo dire altro?

 

mercoledì, 24 ottobre 2007

L'ho sempre saputo

di inkiostro

Come forse saprete, il sottoscritto non ha mai letto (nè ha intenzione di farlo) i libri della saga di Harry Potter. Libri che, fino ad ora, hanno venduto nel mondo circa 325 milioni di copie tanto che, tra quanti non li hanno mai letti, c'è anche chi -come Chuck Klostermann sull'ultimo numero di Esquire- ha paura di rimanere tagliato fuori.

Come forse saprete, una manciata di giorni, fa J. K. Rowling ha rivelato che uno dei personaggi centrali della saga del maghetto di Hogwarts, Albus Silente (Dumbledore, in inglese), era gay. Due giorni dopo è già spuntato fuori un sito (Dumbledore Pride) in cui vengono vendute t-shirt ironiche sulla cosa. Quattro giorni dopo le parodie impazzano per tutta la rete (come questa finta copertina di People), e le t-shirt vendute sono già a quota settemila.

....rimanere tagliati fuori? Naaaa.

 

lunedì, 06 agosto 2007

Un post a punti un po' balneare

di inkiostro

Da un paio di giorni sono in ferie e -come volevasi dimostrare- ora che avrei tutto il tempo del mondo per aggiornare questo posto con qualche contenuto decente, non ne ho affatto voglia; si vede proprio che mi sento in vacanza. Per dire: stamattina mi sono svegliato ancora prima del solito, sono uscito a fare una passeggiata al parco, e sono rientrato a casa all'ora a cui di solito ne esco assonnato. Una cosa che normalmente non mi sognerei di fare neanche di notte. 
Prima di scomparire offline per qualche giorno (non temete, prima di ferragosto torno, anche se sospetto che per un po' il ritmo di aggiornamento sarà abbastanza rilassato), qualche segnalazione varia ed eventuale per chi ancora non è riuscito a fuggire dalle radiazioni degli schermi: 

 

_Venerdì scorso i 4 cavalieri dell'Apocalisse di Get black (il sottoscritto, Fabio, Francesca e Offlaga Disco Max) si sono riuniti per il Season Finale della prima stagione dello show acromatico in onda tutti i venerdì sera su Radio Città Fujiko, con una puntata delirante dall'argomento perfettamente in tema con il periodo. Il venerdì precedente il tasso di delirio era stato ancora superiore, perchè c'era ospite Antonio e parlavamo (tra l'altro) degli 883 (dettagli e complimenti da Disorder - grazie!). Come al solito, il tutto è scaricabile nella pagina dei podcast. E, in radio, ci si rivede a fine mese in diretta dal gabbiotto della Festa nazionale dell'Unità.

 

_Come annunciato, il concerto degli Offlaga Disco Pax di sabato all'Hana-bi è stato preceduto dal set dei folgoranti Don Turbolento, che hanno confermato tutte le promesse contenute nel loro EP facendo ballare la folla con la loro electro suonata, un'ottima cover sintetica di I wanna be your dog e un paio di piccole hit come Spend the night on the floor e Take it up. Date retta a me, ne vedremo delle belle.

 

_Letture da ombrellone - fumetti: ho trovato Ferragosto di Luca Genovese più claustrofibico di quanto il titolo suggerirebbe, ma visto il periodo è una lettura consigliatissima, meglio se un torrido pomeriggio, in una città deserta. Se poi non l'avete ancora letta, l'Antologia Vol.2 degli amici di Selfcomics rimane un must.

 

_Letture da ombrellone - libri: finito il deludentissimo La pioggia prima che cada di Jonathan Coe, mi sono gettato nel noir Pessimi segnali di Enzo Fileno Carabba (per ora avvincente, anche se non esattamente il mio genere), e mi aspetta il pluri-consigliato Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron e Avverbi di Daniel Handler, comprato solo per la copertina di Daniel Clowes e perchè lui è il fisarmonicista dei Magnetic Fields. Vi saprò dire.

 

_Visioni da ombrellone: in saccoccia i pre-air dei piloti di Californication e Chuck, entrambi su consiglio di Colas. Anche qui, vi saprò dire.

 

_Ascolti da ombrellone: nessuno dei due è esattamente da ombrellone, ma nell'ultimo paio di giorni mi sono finalmente appassionato ad un paio di dischi a cui non avevo ancora dedicato il giusto spazio: The stage names degli Okkervil River (forse migliore anche di Black Sheep Boy?) e Spirit if di Kevin Drew, già boss dei Broken Social Scene; entrambi eccellenti.
Poi ci sono alcuni advance italici che anticipano un autunno che pare caldissimo (previste uscite di: Amari, Disco Drive, Trabant, My awesome mixtape, Settlefish, Amor Fou, Fake P, presto speriamo Vancouver e Don Turbolento e chissà cos'altro...), ma se ne riparlerà, eccome se se ne riparlerà...

 

_Vi lascio con il già pluri-linkato nuovo singolo di PJ Harvey, che anticipa il nuovo White Chalk, in uscita a fine Settembre. Una scelta spiazzante, che dà a una corta e ipnotica (narcotizzata, sarebbe meglio) ballata per piano il compito di promuovere un disco che pare essere tutto su questa linea: poca o niente chitarra, pezzi corti e non esattamente facili, molto intimismo e poco rock'n'roll. Con queste premesse sarebbe auspicabile un ritorno alle atmosfere del suo capolavoro To bring you my love, ma sospetto che saremo un po' più dalle parti dell'assai meno compiuto Is this desire?. Parecchi dettagli su Uncut.

 

PJ Harvey - When under ether (MP3)

 

mercoledì, 25 luglio 2007

Con molta, molta fantasia

di inkiostro

[i personaggi di Charlie Brown ridisegnati in versione manga. Qui sopra Lucy, Linus e Charlie Brown, altri ancora (peggiori, se possibile) qui]
[previously: The Simpsonzu, la versione anime dei Simpson]

 

mercoledì, 02 maggio 2007

Una presa per il culo di 1200 pagine. O no?

di inkiostro

Nel weekend, mentre pulivo la casa (ah, la Primavera! io odio la primavera), mi districavo tra le lavatrici e cercavo una disposizione sensata per i panni stesi, mi sono imbattuto nella mia copia di Infinite Jest. Il fatto che il voluminoso tomo di David Foster Wallace, a varie settimane dal termine della sua lettura, fosse ancora nella pila di libri di fianco al letto invece di trovare la strada della libreria come tutti gli altri, è un ottimo esempio della sensazione che mi ha lasciato. Dopo circa 4 mesi di rapporto conflittuale (ne accennavo qui e qui), segnato dall'impressione che si trattasse di un libro contemporaneamente geniale e tediosissimo, piacevole e ostico, perfettamente costruito e perfettamente alla cazzo, non sono ancora riuscito a capire se alla fine mi sia piaciuto o meno. Appena chiusa l'ultima pagina, ho pensato che si trattasse di una unica, enorme, presa per il culo; perchè anche se era assolutamente prevedibile che un libro del genere non avesse un vero e proprio finale, dopo 1200 pagine uno in qualche modo ci sperava anche. E invece niente, il libro finisce in un punto a caso, senza risolvere quasi nulla di quanto seminato in precedenza, e tutti a casa.

Ci è voluta la (spoilerosissima) voce di Wikipedia a farmi aprire gli occhi. La visione d'insieme (anzi, le visioni d'insieme) che dipinge, gli spunti nascosti dalla continuity sbriciolata che approfondisce, le nerdissime risorse che linka (come l'Index o la guida scena per scena) e i collegamenti tra personaggi, scene, concetti che ricostruisce, danno al libro la profondità che questo cerca fino alla fine di celare (riuscendoci), rivelandone la grandezza. E finendo per suggerire che un'opera del genere non possa essere valutata con le categorie normalmente applicate al romanzo, e che anche gli strumenti che si usano per interpretare la letteratura postmoderna in questo caso possano rivelarsi tragicamente parziali. Per apprezzarlo appieno bisognerebbe trattarlo come un film di David Lynch, come l'Ulysses di Joyce, o come alcuni cortocircuiti della Lost Experience.

A guardare in giro, non sono il solo ad averci messo tempo ad apprezzare Infinite Jest; ai tempi dell'uscita del libro, Dave Eggers lo recensiva su Might Magazine con impietosa sufficenza e più di una perplessità (testo completo qui), mentre ora, dieci anni dopo, lo troviamo a incensare l'opera nell'introduzione all'edizione del decennale. Un'introduzione (testo completo qui) che, per intenderci, dice cose tipo:

«It’s possible, with most contemporary novels, for an astute reader, if they are wont, to break it down into its parts, to take it apart as one would a car or Ikea shelving unit. That is, let’s say a reader is a sort of mechanic. And let’s say this particular reader-mechanic has worked on lots of books, and after a few hundred contemporary novels, the mechanic feels like he can take apart just about any book and put it back together again. That is, the mechanic recognizes the components of modern fiction, and can say, for example, I’ve seen this part before, so I know why it’s there and what it does. And this one, too—I recognize it. This part connects to this and performs this function. This one usually goes here, and does that. All of this is familiar enough. That’s no knock on the contemporary fiction that is recognizable and breakdown-able. This includes about 98 percent of the fiction we know and love.


But this is not possible with Infinite Jest. This book is like a spaceship with no recognizable components, no rivets or bolts, no entry points, no way to take it apart. It is very shiny, and it has no discernible flaws. If you could somehow smash it into smaller pieces, there would certainly be no way to put it back together again. It simply is».  [#]

 

«Questo libro è come un'astronave  senza componenti riconoscibili, niente viti nè bulloni, nessun accesso, nessun modo per smontarla. E' molto lucida, e non ha difetti visibili. Se si riuscisse in qualche modo a ridurla in pezzi più piccoli, sarebbe sicuramente impossibile rimetterli insieme.»

Ci si è messo anche il formidabile genio, a prenderci per il culo?

 

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lunedì, 16 aprile 2007

Conventional wisdom

di inkiostro

Stavo considerando se ordinare Perfect from now on: how indie rock saved my life, libro del giornalista americano John Sellers (una sorta di versione indie di Klosterman, più o meno), quando sul suo sito mi sono imbattuto in questa lista:

TOP FIVE MUSICAL THINGS I HOPE HAPPEN NOW THAT THE ORIGINAL LINEUPS OF THE PIXIES AND DINOSAUR JR. HAVE REUNITED


1. Ian Curtis is resurrected.
2. The Smiths reunite for a private party at my favorite bar.
3. There is a new My Bloody Valentine album.
4. A new Nirvana comes along to blow away all of these fey Duran Duran emulators.
5. Radiohead stops listening to Pink Floyd and starts listening to Black Sabbath. [#]

Questo passaggio (oltre a non darmi il minimo indizio sul libro nè farmi capire se potrei aver voglia di leggerlo o meno) mi ha fatto pensare due cose:

• La maggior parte delle band citate da John Sellers non è, strettamente parlando, indie (anzi, sono quasi tutti major);

• Non mi viene in mente una lista migliore. Per caso è così anche per voi? Siamo davvero tutti delle fotocopie?

 

venerdì, 09 febbraio 2007

Una vita da blogger

di inkiostro

A volte capita che qualcuno mi chieda cosa ci sia di così bello nei blog. Per quale motivo mi trovo spesso a preferire chi racconta la cultura (dischi, libri, film) e la realtà (politica, società, tecnologie) in modo non professionale, nei ritagli di tempo della sua vita, senza dimostare particolari competenze (anche se spesso ce le ha) e senza particolari doveri di obiettività e completezza critica? La risposta, con le dovute differenze, e tralasciando ovviamente i riferimenti ai soldi e (e, purtroppo, in deficit di addette stampa dagli occhi da cerbiatta), me l'ha data Nick Hornby nell'introduzione al suo ultimo libro, in cui parla delle differenze tra la sua vecchia rubrica di recensioni e la sua nuova column personale raccolta appunto in Una vita da lettore. La chiave del successo dei blog e del social networking è tutta qui.

All'inizio della mia carriera di scrittore ho recensito molta narrativa, ma dovevo fingere, come è prerogativa dei recensori, di avere letto i libri fuori dal tempo, dallo spazio e dal mio carattere: in altre parole, dovevo fingere di non averli letti mentre ero stanco o nervoso, o bevuto; di non invidiare gli autori, di non avere una mia agenda di impegni, nè gusti estetici o problemi personali; di non aver già letto altre recensioni della stessa opera, di ignorare chi fossero gli amici e i nemici dell'autore, di non avere in corso tratative per piazzare un mio libro allo stesso editore, di non essere stato invitato a pranzo da un'addetta stampa dagli occhi di cerbiatta. Soprattutto, dovevo fingere di non aver scritto la recensione perchè mi servivano urgentemente duceneto sterline. Essere pagato per leggere un libro e per poi scriverne crea una dinamica tale da compromettere il recensore secondo ogni modalità possibile, nessuna delle quali gli è di aiuto. Perciò questa rubrica sarebbe stata diversa. Sì, d'accordo, anche qui mi avrebbero pagato, ma per scrivere di qualcosa che avrei fatto comunque, cioè leggere libri che già volevo leggere. E qualora avessi sentito che l'umore, il morale, i livelli di concentrazione, il clima o le vicende familiari avrebbero influito sul mio rapporto con un libro, avrei potuto e dovuto ammetterlo. [Nick Hornby - Una vita da lettore (pag 9)]

venerdì, 22 dicembre 2006

Inkiostro - I libri del 2006

di inkiostro



3.
Chuck Klosterman - Il giorno in cui il rock è morto (Mondadori)

    Chuck Klosterman - IV. A decade of curious people and dangerous ideas (Scribner)


Niente da fare: dal punto di vista letterario il mio 2006 è stato segnato soprattutto dalla scoperta di Chuck Klosterman. Non è roba per tutti, il vecchio Chuck: cazzone ed egocentrico (come un blogger?), autore di interviste spudoratamente faziose a personaggi più o meno clamorosi dello star system, ed ennesimo alfiere di quei reportage sgangherati che da sempre ci rendono simpatica l'America, dà sui nervi facilmente; e se ne frega. Tra David Sedaris, Sarah Vowell e l'esistenzialismo pop del migliore Hornby, di Klosterman quest'anno è uscito in Italia il terzo libro Il giorno in cui il rock è morto e in USA la raccolta IV.
Il primo non mantiene il promesso reportage sui luoghi delle celebri morti del rock, ma è un fuoco di fila di riflessioni brillanti su musica, donne, arte e vita, arrivando (di sbieco) a risultati molto più alti di quelli che avrebbe potuto raggiungere seguendo la strada maestra. Un frammento e qualche altro dettaglio qui.
IV. A decade of curious people and dangerous ideas è una raccolta di interviste, reportage e columns pubblicate negli ultimi 10 anni su tutti i giornali su cui Klosterman ha scritto (tra i quali Spin ed Esquire). Interviste che riescono a far sembrare ugualmente interessanti Britney Spears, Billy Joel e Jeff Tweedy dei Wilco (ma in modo diverso), articoli che parlano di raduni dark a Disneyworld, crociere metal e rilievi statistici sulle cartomanti e columns che srotolano geniali teorie di cui, probabilmente, su queste pagine sentirete ancora parlare.
Le sue opere sono state definite «the perfect junk food for the soul». E c'è da abbuffarsi.


Compra:

Il giorno in cui il rock è morto

IV. A decade of curious people and dangerous ideas



2. Carlo Antonelli e Fabio De Luca - Disco Inferno
(ISBN)


Nel mio mondo ideale, a scuola la Storia si studierebbe su questo libro. Completo, scritto da dio e clamorosamente ispirato, Discoinferno racconta la Storia del ballo in Italia dal 1946 al 2006, e partendo da qualcosa di presumibilmente irrilevante e classicamente leggero riesce a trovarvi la chiave per interpretare e raccontare 60 anni di società italiana come pochi hanno fatto finora. A volte si parte dalle parole dei protagonisti stessi (che sia un Primo Moroni in veste di amante del charleston, Amanda Lear, Gianni Boncompagni o Alioscia), più spesso dalla descrizione analitica e mai così rivelatoria degli spazi del divertimento, altrimenti dagli aspetti strettamente musicali sapientemente decodificati come linguaggio, per arrivare a spiegarci cose dei nostri genitori, zii, fratelli maggiori e di noi stessi qualche anno fa, oggi e forse anche in futuro, a cui nessuno ci aveva mai fatto pensare.
Ennesima, ulteriore, conferma che De Luca, già una delle migliore penne musicale italiane, per il solo giornalismo è sprecato. Ro-man-zo! Ro-man-zo!


Compra:

Discoinferno

 

 

1. A.M. Homes - Questo libro ti salverà la vita (Feltrinelli)


C'era una volta la Generazione X. C'era una volta una realtà ormai post-industriale e post-consumistica, fatta di persone che vivevano una vita dopo Dio senza nulla in cui credere, immersi in un benessere diffuso che toglieva ogni valore alle cose e alle persone.
Ci credevamo. Ma in poco tempo la cosa ha smesso di essere una novità, e perso tutto il suo fascino da naufragio emotivo è stata rimpiazzata da altro: dalla corsa tecnologica, dal villaggio globale, dal neo-spiritualismo, dai 15 minuti di celebrità garantiti a chiunque nella società dei media dopata da internet. La Generazione X è stata rimpiazzata da generazioni figlie di lettere di altri alfabeti, e ci siamo scordati che non abbiamo più nulla in cui credere.
Anni dopo, quasi dal nulla, arriva questo libro. Di tutte le persone, è proprio una secchioncella accademica newyorkese a ricordarci quello che siamo, e a prometterci che ci salverà. A. M. Homes, però, mente, e sa di mentire.
Il suo libro, invece di sanarle, non fa altro che scavare delle ferite nel vuoto pneumatico delle nostre vite; la cosa positiva è che lo credevamo ormai inscalfibile, e sentire male vuol pur sempre dire sentire qualcosa. La cosa negativa è che la sua innocenza piana che sa tanto di sadismo è il sale che rende quelle ferite davvero insopportabili.
Cara Amy Michael, questo libro non mi ha salvato la vita, nè tantomeno lo farà in futuro. Me ne ha tolta un po', invece, ma visto che non ci faccio poi molto, non è un danno grave. Mi ha dato qualcosa in cambio, però, e questa è la cosa davvero importante.
Libro dell'anno. 


Compra:

Questo libro ti salverà la vita

 

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giovedì, 30 novembre 2006

Il piccolo isolazionista

di inkiostro

In questo periodo cammino molto.

Infilo gli auricolari bianchi, rigorosamente non marchiati Apple per una sorta di buon senso anticonformista residuo degli anni del liceo, metto una giacca nera comprata qualche anno fa per pochi euro e una sciarpa di tre colori nessuno dei quali saprei definire e fendo il centro da una parte all'altra come un coltello.

Di prima mattina, quando il cielo è cupo, il sole -se c'è- freddo, e gli occhi faticano a stare aperti, di solito il mio bozzolo bianco contiene rock fatuo ed inutilmente entusiasta o indie-pop narcoticamente rassicurante nella sua prevedibilità, quasi a simulare un barlume di attività cerebrale che vorrebbe anche svegliarsi ma ha paura a farlo. Poi arrivo al lavoro, grugnisco un saluto ai miei soci che sanno che gli rivolgerò di nuovo la parola solo molte ore dopo, e accendo il computer. Un numero random di ore dopo saluto, mi infilo nell'ascensore e mi preparo ad altri 45 minuti di camminata, coi capelli mai abbastanza spettinati e lo sguardo di chi ha visto qualcosa di sconvolgente che non vuole raccontare. Il bozzolo bianco a quel punto contiene spesso e volentieri Silent Shout dei The Knife, ratificando la metafora del coltello di cui sopra in una simmetria troppo inquietante per essere meditata.

Le mie lunghe camminate soddisfatte e solitarie, col bozzolo bianco di Silent Shout e lo sguardo che attraversa i passanti ed è da essi attraversato, piacerebbero a Tommaso LaBranca, e in particolar modo alla sua versione confessional sfoderata nel corso delle 249 pagine de Il piccolo isolazionista. Nella sua, imperfetta, fusione di intimismo dichiaratamente a buon mercato, teorizzazioni di una metafisica pop sempre filosoficamente ineccepibili e divagazioni destrutturate che non avrebbero sfigurato in uno dei suoi leggendari blog, Il piccolo isolazionista fotografa le mie  inquietudini con una precisione che a volte mi spaventa. Certo, la musica non è la stessa, lo scenario periferico e metropolitano ha qui connotazioni di tutt'altro tenore e il tono dell'autore riesce sempre ad essere canzonatorio quel tanto che basta a non ricadere nell'autocompiacimento di cui commenti come quello che state leggendo, sono, invece, profondamente intrisi. Le differenze, però, non hanno altro effetto che quello di far risaltare ancor di più i punti in comune

Prima di tornare a casa, di solito, mi fermo al supermercato a fare la spesa. Mentre mi aggiro come uno zombie tra il reparto frutta e verdura e il pane, valutando attentamente quale prodotto sarà in grado di colmare il vuoto e di risollevarmi l'umore sul finire della giornata, non scambio parola con anima viva ma non riesco a fare a meno di osservare le altre persone e cosa i cestini della spesa svelano di loro.
C'è il vecchio che ha comprato solo confezioni di cibo per gatti.
C'è la signora di mezza età col petto di pollo e un po' troppe bottiglie di Peroni.
C'è la ragazza che pare campare solo con insalata, Vitasnella e Filadelfia Light.
Ci sono gli studenti che questa sera banchetteranno con penne alle melanzane, lambrusco e saccottini.
Poi c'è un tizio anonimo, con lo sguardo perso, che ha nel cestino più o meno le stesse cose che ho preso io. Alzo lo sguardo, e mi accorgo che sto guardando la mia immagine, riflessa sul vetro degli sportelli del reparto surgelati. Non sono diverso da loro.
Prima di infilarmi di nuovo nel bozzolo bianco degli auricolari e di rimettere il pilota automatico per la strada verso casa, non posso fare finta che non sia così.

mercoledì, 18 ottobre 2006

Berryserfs

di inkiostro

Nel nome di un sacrosanto Di questo passo dove andremo a finire, Michele mi segnala che il nostro Douglas Coupland, come potete agilmente scoprire navigando qui, è diventato testimonial del Blackberry.
Coupland (il cui ultimo romanzo JPod -su cui mesi fa ho scritto un post di cui sono molto fiero- è appena uscito in Italia) fa bella mostra di sè in una serie di pagine che magnificano le capacità dello smartphone più stronzo di tutti i tempi, da sempre simbolo del businessman cool e pieno di soldi che non deve chiedere mai.
Certo, la Blackberry è canadese e Coupland ci tiene a difendere i tesori nazionali, e certo, il modello che Coupland pubblicizza (il Pearl) rappresenta un tentativo di raggiungere il ricco e sterminato mercato degli utenti consumer; si tratta, però, di attenuanti minime di fronte all'associazione coatta di un nome da sempre alfiere di un modo altro di guardare alle tecnologie con quello dell'oggetto che ormai simboleggia più di tutti il potere economico più chiuso ed esclusivo.
[Chè, poi, per dire, io non l'ho ancora capito quanto costa, in Italia o in USA, un Blackberry (e, soprattutto, il suo abbonamento)]
Si vede anche dalle piccole cose: lo stiamo perdendo.

giovedì, 03 agosto 2006

La fine dei Microservi

di inkiostro
Non più di un paio di settimane fa, mentre facevo di nuovo notte al lavoro, mettendo mano ad alcuni seccanti bug last-minute e contemporaneamente discutendo coi colleghi di doppiatrici di icone hollywoodiane di serie B e del colore della cravatta che avrei indossato il giorno successivo (arancio), mi è arrivato un sms. Diceva «Ho chiamato a casa tua e mi hanno detto che sei ancora al lavoro. Volevi diventare un Microservo? Eccoti accontentato». La cosa mi ha fatto sorridere, perchè era al contempo vera e falsa, come quei sillogismi che partono da un'affermazione assurda per finire per dimostrarne una vera. Tutto incredibilmente couplandiano, metafora compresa.
Voglio dire, se ci pensi veramente.

Qualche giorno dopo aver scoperto di essermi ritrovato a pennello nello stereotipo del geek senza una vita, che cena da solo guardando i divx di vecchie puntate di Futurama e passa le serate a costruirsi competenze inutili, «un triste assemblaggio di influenze di cultura pop ed emozioni cancellate, guidato dal motore zoppicante della più banale forma di capitalismo», ho finito di leggere Jpod, ultimo libro di Coupland, presentato come seguito ideale ed aggiornato di Microservi. E lì la cosa si è fatta davvero ironica: quella che sulla carta doveva essere la ratifica e la celebrazione del valore artistico e generazionale del vecchio romanzo di Coupland è in realtà un requiem del suo modello (e del suo stile, e forse anche della sua utopia), in maniera tanto chiara e irrevocabile da risultare quasi dolorosa.

Chiariamoci: il libro non lo dice, mai. Ma il fatto che Jpod sia a conti fatti un libro deludente parla da sè. Non è una questione di esito artistico: nessuno ormai si aspetta più che i nuovi romanzi dello scrittore canadese abbiano la forza delle sue prime opere. La prima domanda che ci si fa leggendolo, alla fine, non è se sia un bel libro o no, ma dove e come si collochi nella partita tra Coupland e il mondo, tra il suo sguardo sagace e la prospettiva sghemba che riesce a dargli. Non dipende quindi dai personaggi per nulla tridimensionali, che ai problemi di interfaccia con il mondo reale dei protagonisti di Microservi fa succede invece bizzarrie gratuite variamente assortite che non portano il significato che vorrebbero nè alla vita dei personaggi nè alla loro caratterizzazione. Nè dal fatto che a un certo punto Coupland stesso compaia come personaggio del suo romanzo, mostrandosi come il cattivo di turno, cinico e approfittatore (psicologia del contrario, anyone?), e che proprio attorno a lui, a un certo punto, cominci a girare intorno il fulcro della vicenda, anche se per il lettore comincia ad essere davvero troppo. E sarebbe troppo facile fingere di non vedere in questa trovata una drammatica carenza di idee e tirar fuori qualche teoria su Coupland che si couplandizza, e ricorre all'espediente postmoderno definitivo come esito ultimo del suo percorso artistico. Siamo bravissimi a trovare giustificazioni, noi fan.

Coupland che si couplandizza è triste, e un po' banale, questa è la verità. Se lo fa, probabilmente, è solo per tentare un inseguimento disperato di se stesso sull'infido terreno del romanzo postmoderno, a cui proprio lui una decina di anni fa ha dato tanto e che adesso (anche se non da ora) sembra averlo superato in maniera irrimediabile. Persino Eggers, a tratti, rischia di sembrare più convincente, e ho detto tutto. Non che la lettura non sia più che piacevole, comunque. Rimangono le mille osservazioni geniali, l'ironia caustica, le perle di intelligenza e l'acume spiazzante; non è poco, anche se da lettori di Coupland ci siamo talmente abituati da non notarlo quasi più. Il resto sono sottotrame molto più che surreali, gangster cinesi e scuole di ballo, coltivatrici di erba e lesbiche militanti col nome scritto in minuscolo, manager eroinomani e acquisti immobiliari citazionisti, che intrattengono il giusto ma palesemente non vanno da nessuna parte. Ripensando alla graniticità mascherata da frammentazione dei suoi primi lavori, è quasi doloroso procedere nella lettura e constatarne lo sbando narrativo, e prendere atto di un come sempre di grande qualità che non riesce a salvare un cosa decisamente carente di sostanza.

Che lo sbando narrativo sia voluto è difficile non pensarlo, come è difficile non pensare che più che la santificazione di un modello questa volesse essere la ratifica della sua morte, il funerale mascherato da omaggio, il requiem sotto le mentite spoglie dell'inno. E la cosa avrebbe potuto funzionare. Ma come spesso successo ultimamente, Coupland ha tentato di fare il passo più lungo della gamba, e ha tirato fuori qualcosa di drammaticamente irrisolto, che appare tanto più insoddisfacente quanto si mostra ambizioso in termini complessità paratestuale («3.14159265358979323846..»), ricchezza ipertestuale (www.jpod.info) e riferimenti intertestuali («Jpod updates Microserfs at the age of Google»). Se fosse l'opera prima di un giovane scrittore lo etichetteremmo come un esordio promettente ma irrisolto; dallo scrittore che ha dato forma alla Generazione X, ha raccontato in maniera brillante l'utopia dei Microservi e ha toccato la perfezione nello spietato ritratto delLa vita dopo Dio, era lecito attendersi qualcosa di più significativo. Di più: era doveroso.

Se non altro, però, si può tirare un respiro di sollievo.
La rivoluzione è finita.
Il romanticismo è andato.
Il glamour è passato altrove.
L'utopia è sbiadita.
Rimangono Ronald McDonald e il penis enlargement spam, le aste su Ebay che aggiornano le materie di Jeopardy e le disfunzioni alimentari, le bevande gasate e i computer che hanno un incoscio, le tastiere non standard e le tecniche per sopravvivere ai meeting di lavoro. Rimangono la carenza di tempo libero e le lievi forme di autismo altamente funzionale, gli occhiali strambi e i problemi di socialità, la sindrome del tunnel carpale e le inutili ossessioni for an accelerated culture.
Ci si costruisce così, al giorno d'oggi.
E tanto deve bastare.

martedì, 04 luglio 2006

Io sono un autistico

di inkiostro
«After having worked at my current tech firm for the larger part of a year, I have come to the conclusion that my co-workers aren't so much idiots as they are fellow citizens in the thrall of various modes of persistent low-grade autism.
The clinical definition is that they are suffering from mild versions of "pervasive development disorders" or "sensory integration dysfunctions". Asperger's syndrome is one variant that has recently garnered much media hype. People with this sort of condition are known as "high functioning" autistics because they can more or less operate in the day-to-day world. Some people like to think of high-functioning autism as a trendy disease. Wrong. It is not a disease, it's a condition. Most high-functioning autisticts resent being talked down to and value their condition. It is not a badge of victimhood for them - it's merely who they are.
Perhaps the broadest way of understanding the world of the high-functioning autistic is to treat all stimuli that impact on the human body not as sensory input but as information bombardment. Most people are able to sift out the day's excess information without ever thinking about it, but to the tech worker exhibiting autistic - ok let's just say the word: geek - to most geeks, a hug is not a hug, it's the fisical equivalent oh holding a novelty marine foghorn up to the hear and blasting it directly into the central nervous system. When you hug a geek, you're overloading them in a manner they find intolerable. They feel and express shock and revulsion when touched.»
(Douglas Coupland, Jpod, Bloomsbury 2006, p. 290)

venerdì, 16 giugno 2006

La perfetta via di mezzo tra uomo e libro

di inkiostro
[Le solite librerie dei miei sogni: questa si chiama Bookman]

lunedì, 12 giugno 2006

Dio è morto, il rock è morto e neanch'io mi sento troppo bene

di inkiostro
«Com'è andato il viaggio? Riuscirai a scrivere un pezzo appassionante che analizzi a fondo la perversa ma innegabile relazione tra celebrità e mortalità? Il tuo racconto illustrerà il modo in cui la società rende affascinante la morte al fine di perpetuare la speranza che la morte legittimi la vita? Sarai in grado di dimostrare che vivere è morire e che stiamo tutti morendo in ogni istante della nostra vita?»
«Non ne sono sicuro» rispondo.
«Credo che dovresti farlo» dice Lucy Chance in tono inespressivo.
«Be', l'idea era quella» dico. «Ma sai una cosa? Dopo che avrò scritto questo pezzo per "Spin", credo che lo svilupperò per farne un libro. Perchè è evidente che ho pensato parecchio a Diane, e che ho visto Lenore quando ero nel Minnesota, e che poco prima di vedere Lenore avevo fatto conoscenza con quella ragazza rock incredibilmente audace che si era arrampicata su un tetto a Minneapolis, e che ho conversato con quella interessante cameriera del North Carolina che legge Kafka ma non conosce gli Allman Brothers, e mi è appena successa questa cosa completamente folle con Quincy. E all'improvviso mi sento come se fossi stato all'interno di una macchina per mille anni, ad angosciarmi per le donne e a pensare alla morte e ad ascoltare i KISS e i Radiohead e tutte queste altre stronzate, e, per qualche ragione, continuo a scrivere queste cose ma senza sapere il perchè. Ma mi sembra tutto la stessa cosa, sai? Mi sembra che l'amore e la morte e il rock'n'roll si fondano sulla medesima esperienza.»
«Chuck, per favore, non scrivere un libro sulle donne di cui sei stato innamorato.»
«Perchè no?»
«Perchè è da profittatori. E da narcisisti. E un po' da disperati, perchè dà l'idea che non riesci a sganciarti dal passato.»
«Ma è esattamente così» dico. «Non posso sganciarmi dal passato. Non riesco a disinnamorarmi di nessuna di queste donne. Posso solo esistere nel passato e nel futuro.»
«Lo so, lo so. Ne abbiamo già parlato. Ma chi vuole leggere un altro libro su un tossico ossessionato dalla morte che ascolta i Fleetwood Mac e sublima le donne che l'hanno fatto impazzire? A me sembra un'idea piuttosto discutibile. Diventerai l'equivalente maschile di Elizabeth Wurtzel.»
«Cristo, Lucy. Gliene vuoi davvero a quella stronza.»
«Voglio solo che sia attestato il fatto che trovo l'idea di scrivere un libro del genere assolutamente discutibile.»
«Ma se non scrivo il libro, questa conversazione non sarà registrata da nessuna parte. Il tuo sdegno potrà trovare espressione solo se faccio il contrario di ciò che mi consigli.»
«Bene, allora» dice. «Ma non venire a lamentarti con me quando quei cretini de blogger scriveranno cose di questo genere: "In fin dei conti, l'autore avrebbe dovuto dare ascolto alla sua amica Lucy Chance"; perchè sai che succederà .»
«Vero» dico.
«Sto solo cercando di essere la voce della ragione» dice Lucy. «Non capisco perchè tu voglia produrre un libro di nonfiction che sarà sfavorevolmente paragonato ad Alta fedeltà di Nick Hornby.»
«Be', se menziono questa possibilità, forse non succederà. »

Il giorno in cui il rock è morto di Chuck Klosterman (Strade Blu, 15 €) è un gran libro. Oltre al passaggio che avete appena letto contiene un geniale paragone tra le relazioni della sua vita e i membri dei Kiss, le più intelligenti riflessioni che io abbia mai letto sul significato assunto dalla morte di Kurt Cobain, un inatteso e calzante collegamento tra Kid A e l'11 Settembre, un sacco di pensieri sulla musica e sul guidare (e sulla musica per guidare), una breve ma eccellente pagina sulla musica e il suicidarsi (e sulla musica per suicidarsi), parecchie camere di albergo, svariati incontri bizzarri, un sacco di riflessioni sulle donne, una moderata quantità di sesso, una più cospicua (ma sempre moderata) quantità di droga e -come ormai avrete sicuramente capito- una montagna di rock'n'roll.

giovedì, 13 aprile 2006

La bella vita

di inkiostro
Scrivere su una tragedia realmente accaduta è difficile. Ma dai. Scrivere un romanzo, su una tragedia realmente accaduta è ancora più arduo. Soprattutto, ovviamente, se la tragedia è ancora vicina. Ma ancor più difficile se questa tragedia è l'attacco terroristico dell'11 Settembre; l' evento chiave dei nostri anni, iper-mediatizzato e rivestito dei significati più disparati, pare ormai suscitare quasi esclusivamente discorsi intrisi fino al midollo di retorica e banalità.
Non che non sia possibile parlarne in modo attento e originale, ovviamente (basta pensare a Molto forte, incredibilmente vicino di Safran Foer); per farlo bisogna però evitare la strada diretta, lasciare la tragedia sullo sfondo e far sì che la sua potenza si riverberi quasi da sola sulle vicende narrate. Per farlo bisogna parlare dell'11 Settembre esattamente nel modo in cui Il Caimano parla di Berlusconi: quello che viene raccontato non è l'evento o il personaggio in sè, ma ciò che ha prodotto sulla vita di persone più o meno comuni, che sia la perdita di innocenza e miopi certezze nella superiorià dell'american way of life o la miseria, economica, culturale, sociale, sentimentale dell'Italia nell'era Berlusconi. L'ultimo romanzo di Jay McInerney, The Good life (appena pubblicato in USA, e in uscita tra vari mesi in Italia con il titolo La bella vita) prova a prendere questa strada. Ci prova, e ci riesce.
Non ho mai capito perchè mi piaccia così tanto McInerney. Non può competere, per stile e personalità, con le grandi penne della letteratura contemporanea americana, e ha smesso anche da parecchio di avere l'appeal dello scrittore generazionale. Eppure, libro dopo libro, la sua prosa brillante e poco pretenziosa e le sue storie  tendenzialmente monotematiche finiscono per conquistare in maniera inattesa e riservare non poche soddisfazioni, compensando il valore letterario forse non eccelso con una solidità e uno spirito decisamente rari.
Come da copione,
la bella vita del titolo non ha a che fare con la Roma degli anni '60 ma con la Manhattan di inizio terzo millennio; non ha che fare con attrici e paparazzi ma con l'alta borghesia della città più intellettuale e moderna d'America, in grado di essere contemporaneamente sia la capitale americana delle cultura che quella della finanzia. Un ossimoro che McInerney ha già esplorato in lungo e in largo, e da cui nonostante ciò riesce comunque a tirare ancora fuori qualcosa.
In The Good life tornano i protagonisti di Si spengono le luci (probabilmente il suo più bel romanzo -dopo Le mille luci di New York, di cui era tematicamente il seguito), ripresi, insieme ad altri personaggi, il giorno prima e quelli immediatamente dopo l'11 settembre. Giorni che cambiano molto, che vedono la nascita di una storia d'amore (la prima vera storia d'amore di McInerney, visto che il nostro di solito preferisce accanirsi sul suo naufragio), alcune scelte complicate e molti nodi che vengono al pettine. Il clichè delle coppie ricche e infelici che rischiano di sfasciarsi sotto i colpi della normalità e, contemporaneamente, dell'unicità dell'evento sembra terrorizzante, eppure il libro cresce con l'andare delle pagine e riesce a dipingere un ritratto convincente e avvincente della vita (bella o meno) che incontra la storia.
E alla fine non è chiaro -neppure dopo averlo letto- quale sia davvero la bella vita a cui si riferisce il titolo. L'incosciente ma infelice frenesia di fine anni '90? O la nuova presa di coscienza di sè che segue la tragedia e costringe a rivalutare tutto? Per quanto mi riguarda, sospetto nessuna delle due; la minaccia che tutto ripiombi in normalità dopo appena qualche mese (un virus, la normalità) suggerisce che le cose siano ben più complicate. Se niente può durare, forse, tutto può durare. Non resta che capire come.
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mercoledì, 22 marzo 2006

The music-loving novelist and the book-loving musician

di inkiostro
Douglas Coupland vola a Roma per intervistare Morrissey.
Ed è già leggenda.

«To me, interviews are mostly about trying not to make the interviewer think I'm too much of an asshole. I think that's the experience with most interviews these days, mine and most everybody else's. Let's face it, pretty much any info you need is already out there on Google. Interviews never go away any longer. They just pile up and up and up for the rest of time. If people want to know something about a subject, they can just find it themselves. All that remains is control of the asshole yes/no switch. Do you want an interviewer to flip it? Remember - if you don't want people thinking you're an asshole, it means you allow your interviewer to torture you. It all boils down to how strongly you believe in the totemic Sony.»

«And maybe what all this further boils down to is the fact that Morrissey is interview-proof. Don't bother. He's not an asshole and he's not the Dalai Lama, but you could interview him for a thousand years and you'd learn nothing. And this is just fine.»

martedì, 21 marzo 2006

MacchemMuz

di inkiostro
Di solito viene dato da tutti come un fatto assodato: l'Italia è un paese senza cultura musicale, in cui si vendono pochissimi dischi e ancora meno giornali musicali, praticamente nessuna band indipendente riesce a vivere con la musica e le più importanti manifestazioni del campo sono baracconate tipo il Festival di Sanremo e il Festivalbar. Anche se a occhio e croce io non sono così genericamente pessimista, la mia opinione in merito non è molto differente. E non lo ero neanche la settimana scorsa, quando per puro caso in edicola mi sono imbattuto in una nuova rivista musicale. Foto di Morrissey in copertina, riferimenti a Mogwai a alla Warp subito sotto, prezzo ridicolo (2 euro): accantonata la sorpresa (c'è un nuovo giornale musicale, già al terzo numero, e non ne ho letto niente in giro, possibile?) non ci ho pensato due volte, e mi sono portato a casa la mia copia di Muz.
Se una rivista osa uscire in un mercato così imballato, in cui non muore una testata da anni (tengono duro pure Jam e il Buscadero) e negli ultimi due anni ne sono nate almeno due nuove (Rolling Stone e Losing Today, per non parlare della mutazione di Musica in XL), che sono andate ad aggiungersi alle varie già esistenti (Il Mucchio, Rumore, Blow Up, Rockerilla, senza parlare poi dei vari Rockstar, Rocksound, Tribe, ecc) e che trattano con tagli diversi una buona porzione di cose in comune, sicuramente questa dev'essere una rivista con i controcoglioni, ho pensato.
Non proprio, ecco. Diciamo che Muz non è molto diversa dalle altre. Solo, più corta. Più bruttina. Un po' meno avanti. Un po' meno interessante, in definitiva. Ricorda un po', per formato e impaginazione, i numeri meno brillanti del vecchio Mucchio settimanale; senza la politica e senza le firme, e con 10 anni di ritardo. La grafica è a dir poco spartana, i nomi dei collaboratori -
a parte quello di Valerio Corzani- non suonano noti (il che non sarebbe necessariamente un male), i contenuti non sono esattamente originali e l'unico sussulto lo danno i nomi bizzarri delle rubriche. Tipo Gli orrori del cuore (Come imparare a non preoccuparsi e ad amare dischi che tutti odiano), L'urlo del coyote (dedicata a musicisti morti e band sciolte, presumo) e l'assolutamente improbabile Abbecedario, ovvero Deleuze e le storie tese (giuro).
In conclusione,
non è che Muz sia un brutto giornale; un po' inutile, semmai, ma è agli inizi e magari migliorerà. La sua esistenza, però, che sfida le leggi del mercato e quelle del buon senso, non può che essere un po' inquietante. In fondo è comunque qualcosa.

martedì, 14 marzo 2006

Le cose che ci fanno intelligenti

di inkiostro
Mi sono avvicinato all'ultimo libro di Steven Johnson (già linkato già la settimana scorsa per il suo commento su Lost) con molta speranza e un po' di paura. Dall'autore dell'ottimo Interface Culture non potevo non aspettarmi il solito brillante saggio in grado di usare scienze cognitive e media studies per riflettere sul mondo moderno e sulle tecnologie in quel modo laterale e mai banale che riesce ad essere al contempo sia scientificamente inattaccabile che piacevolmente divulgativo. Anche la paura, però, era ben motivata: cosa aspettarsi da un libro che, come da sottotitolo, mira a spiegare «perchè la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti»? Pochi luoghi comuni e un sacco di buone idee, questa -ora lo so- è la risposta.
Tutto quello che fa male ti fa bene è un libro che ribalta le prospettive, e non guarda tanto al cosa quanto al come, evitando di soffermarsi sulle banalità da rotocalco e sul facile catastrofismo da snob mediatico per concentrarsi sui processi mentali che stanno dietro al consumo dei diversi prodotti dell'industria dell'intrattenimento. Scoprendo cose inattese. La riflessione parte col piedi giusto, da Woody Allen:

In un film di Woody Allen di alcuni anni fa, che può ormai essere considerato un classico, Il dormiglione, un gruppo di scienziati del 2173 si domandava stupito come fosse possibile che la gente del ventesimo secolo non avesse compreso le straordinarie proprietà nutritive delle torte alla crema e delle merendine. Allo stesso modo, e senza essere gli scienziati del futuro di un film comico, oggi dobbiamo prendere atto di uno strano fenomeno: i videogiochi e la televisione ci rendono più intelligenti, anche se abbiamo sempre pensato il contrario.

Alla fine, dopo circa duecento pagine di ragionamenti, aneddoti, dati empirici e paradossi cognitivi, è difficile non essere d'accordo: The Sims, GTA, I Sopranos, i Simpson, 24, Dungeons & Dragons e il film de Il Signore degli Anelli sono ottimi esempi di come la complessità dei prodotti culturali di massa stia costantemente crescendo, e richieda risorse intellettive sempre più ingenti per essere apprezzata. Uno scenario che, benchè lontano dall'essere tutto rose e fiori, pare per una volta fotografare le cose dalla prospettiva che finora mancava, indicando una strada. Al riparo da ogni retorica.

mercoledì, 18 gennaio 2006

di inkiostro
Berlusconi cita Morrissey?
Brillante articolo di Guia Soncini sulla settimana di passione delle ospitate televisive del Cavoliere. Assolutamente spassoso.
Anche se Morrissey si scrive con due s.

[via Emmebi]
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lunedì, 10 ottobre 2005

di inkiostro
Cinder and smoke
Come lasciava a intendere Emmebi giorni fa, tra qualche mese Frassinelli pubblicherà in Italia l'ultimo romanzo di Douglas Coupland, Eleanor Rigby. La notizia non mi sconvolge come potrebbe perchè: 1. l'ho già letto 2. non mi è piaciuto granchè 3. sono già proiettato nella spasmodica -e lunghissima- attesa del prossimo JPod, che uscirà nel Maggio del 2006 (qui la copertina). Non è
invece dato di sapere cosa ne sarà in Italia del suo penultimo libro, Hey Nostradamus (che ho letto e su cui ho scritto un paio di post più di 2 anni fa, qui e qui), che mi era piaciuto decisamente di più.
Questo resumè solo per dire che è Autunno ed è un periodo complicato, e come in tutti gli Autunni complicati da queste parti c'è un deciso bisogno delle parole di Coupland per tirare avanti. A proposito di ciò ho scovato un nuovo, devastante, mini-racconto inedito, Diamonds ans soot. Vi regalo il link, fatene tesoro.

mercoledì, 31 agosto 2005

di inkiostro
Aaah, da quando Guia non scrive più
Tra i soggetti preferiti di questo blog, agli albori della sua storia, c'erano due argomenti che, negli anni,
sono andati via via diradandosi: la pagina del sabato di Guia Soncini su Il Foglio e i tormentoni estivi. Sia l'una che gli altri, negli anni, hanno poi avuto un periodo un po' sottotono, di alterne vicende ed alterna fortuna, e sono gradualmente quasi scomparsi da chiacchiere e cronache come anche dalla blogosfera. Ora Guia torna alla forma di una volta, e lo fa con un pezzo che proprio dalla cosa più simile a un tormentone estivo di questa stagione -Marmellata #25 di Cesare Cremonini- parte, per raccontare come al solito le deliranti vicende della Carrie Bradshaw nostrana. E lo so che la canzone ha un arrangiamento di una brutteza ai limiti del criminale e che la simpatia del suo autore è da sempre sotto il livello di guardia: eppure rimane una grande canzone. Io già lo pensavo da un po'; solo Guia, però, è in grado di spiegarlo così.
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giovedì, 25 agosto 2005

di inkiostro
Super Size me (ma un po' sempre la solita roba)
Ho comprato XL, il magazine
mensile nato sulle ceneri di Musica in edicola da oggi insieme a La Repubblica (con un euro in più; ma dal prossimo mese saranno due).
Primo sguardo. Carta patinata, formato gigante, Johnny Depp in copertina: è Rolling Stone.
Secondo sguardo. Rubriche scritte da celebrità varie ed eventuali (Vasco Rossi, Lucarelli, il Trio Medusa e parecchi altri; vedendone alcune come al solito verrebbe da pensare «a ciascuno il suo mestiere»), foto enormi, tanta pubblicità che sembra di avere in mano Io Donna, articoli di moda (anzi, di Stile): è Rolling Stone.
Terzo sguardo. Però, wow, ci scrive De Luca (è Rolling Stone!), c'è pure la Siri che parla, te guarda, di Pete Doherty e Kate Moss (bastaaa!), c'è addirittura un fumetto di 4 pagine di Daniel Clowes; mica male. E sfogliandolo non si può non notare quanto sia accattivante e ben fatto; più di Rolling Stone, probabilmente. Epperò per quanto possa anche essere piacevole, alla fine, XL è un po' sempre la solita roba, già vista e rivista. Suppongo fosse folle aspettarsi qualcosa di nuovo proprio dal magazine gggiovane del secondo (o primo?) gruppo editoriale italiano; eppure, se non posso permettersi di farlo loro, chi può permetterselo? 

mercoledì, 17 agosto 2005

di inkiostro
Si legga un Blog, qualche sera
Ovvero: un post che e' un Blob. Visto che da queste parti si torna da 4 giorni di musica, cascinali persi nella campagna toscana, scogliere in cui si entra da dietro e penne alla castellinese, e visto che si ha ancora a disposizione una manciata di giorni da spendere sbadigliando nella casa natìa prima di tornare al lavoro e non si ha voglia di fare nient'altro che dormire, passeggiare e ubriacarsi, sul blog si prosegue a regime minimo, e si pescano post e notizie in giro per la blogopalla italica, che fortunatamente non è tutta in vacanza come qualcuno vuol farci credere.
A Ferragosto ad esempio Valido
è stato nella zona industriale di Venezia a vedere il concerto dei Motorhead, e ce lo racconta come solo lui sa fare, con l'occhio clinico che ci ha gia' raccontato di metallari, darkettoni e indie-kidz. Date retta a me, meritano la lettura. Prima dei suoi fasti veneziani, invece, la crew di Seconda Visione ci regala il suo solito l'anno che verrà: impagabili pregiudizi cinematografici come se piovesse. Frattanto Trentesimo Anno potrebbe mostrarci le sue diapositive delle vacanze ma non lo fa, e ci segnala solo che è morto il gigante di Big Fish, Francesca ha percorso l'autobahn romagnola alla ricerca dello spirito di Tondelli che ricordandolo tutti vogliono dimenticare, Woland è alle prese con una sconfortante lotteria di paese, l'impareggiabile Lonoise linka la première di Do you want to, nuovo singolo dei Franz Ferdinand (e io confermo la mia forte perplessità), e Mondo Oltro rischia di diventare famoso in tutto il mondo grazie allo scoop sulla liason tra Costantino Vitagliano e l'attricetta americana di basso lignaggio Tara Reid (ma lui non era gay?). Il tormentone mediatico del momento, però, in questo periodo sono gli aerei che cadono (non so voi, ma io preferivo i doberman assassini); al ritorno dalla Russia Garnant ha avuto paura di volare, e come al solito lo racconta perfettamente senza raccontarlo. Marina ha parzialmente cambiato idea sul nuovo disco dei Death Cab for cutie ma non ammetterà mai che sono stato io a fargliela cambiare; quando la discussione sul valore di questa o quella band si accenderà troppo, però, magari è il caso di andare a leggersi la teoria reazionaria sulla deperibilità del rock di Indiepop blog (che cominciava qua) e di pensiarci su per benino Alla fine della rassegna, ovviamente, non vi dimenticate di leggere il solo, unico e originale Blob of the blogs. Poi magari andate a farvi due passi, chè oggi, fuori, si sta proprio bene.
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martedì, 09 agosto 2005

di inkiostro
Inkiostro - Palinsesto estivo
La vita dopo Douglas Coupland

Sull'ultimo numero di Pulp -di cui parlavo qualche tempo fa- c'è anche una bella monografia di 4 pagine su Douglas Coupland. Uno dei miei scrittori preferiti, se foste stati distratti gli ultimi 6 mesi.
L'articolo, scritto da Claudia Bonadonna, ripercorre tutta la sua produzione, a cominciare da Generazione X, il suo esordio, datato 1992.
Coupland è motlo bravo nel dipingere questo tableau vivant dell'apatia di una generazione di "profughi della Storia". Una generazione che ha fatto della confusione e della pigrizia il proprio credo, che ha introiettato la rabbia dei padri trasfrmando la rivoluzione in un cinico ideale interiore, che sguiscia veloce attraverso concetti e catalogazioni, e che resiste passivamente.
Il libro seguente è Shampoo Planet (1994, tradotto furbescamente da noi col titolo di Generazione Shampoo), definito un modo molto ben strutturato per raschiare il fondo del barile e gettare in faccia agli insaziabili reporter di trend giovanili gli avanzi scaduti del sistema. Un libro effettivamente minore, di cui però si nota il nucleo: La magnifica utopia della guerra civile dei padri (durante i mitologici anni '60) trasformata in distopia dai figli, nel mondo esploso e cinico del presente. (...) Ma la reazione non è violenta. Al contrario è un lasciarsi ribollire con freddezza e spavalderia, è un ridersi addosso con spleen superiore, è un raccontarsi con leggerezza graffiante e pop.
L'unico passo falso dell'articolo è probabilmente il modo in cui viene trattato La vita dopo Dio (1996), forse il libro di Coupland che a tutt'oggi preferisco. Un libro di un'intensità e illuminazione tale che definirlo una riposante parentesi verso un ordine maggiore delle cose sembra davvero un crimine. Prima o poi mi metterò giù, e scriverò un post per spiegarvi il valore di quel libro.
Microservi (1996), altro capolavoro del nostro, è uno di quei libri di cui un blogger che si rispetti non può fare a meno: è infatti scritto in forma di diario minimo -più o meno come un blog- e parla di un gruppo di amici e colleghi che lavorano alla Microsoft. E' un libro di una ricchezza impressionante, pieno di osservazioni semplici e geniali sul mondo e sulla vita, e la sua intelligenza continua a stupirmi. Rispetto ai libri precedenti, Microservi ha il sapore di una gioiosa metafora di apertura alla vita, di un ottimismo giocattoloso e vagamente sentimentale che prende teneramente in giro certe inclinazioni narcolettiche. Dan e i suoi compagni sono nerd, è vero, eterni bambini aggrovigliati in un reticolo di chip e byte, spasmi d'amore e problemi d'interfaccia con il mondo reale, eppure escono e vivono. Rischio di essere retorico, ma è un libro che mi ha davvero insegnato qualcosa.
Una raccolta di saggi, articoli e racconti sparsi, eppure decisamente organica: Memoria Polaroid (1997) è il ritratto dello spaesamento per un'epoca che ha consumato in fretta i suoi miti e perso ogni senso storico d'appartenenza. Per un mondo che vive sui ricordi effimeri delle istantanee e delle cartoline, che ripiega sulla memoria a breve termine, come la RAM di un computer.
Gli ultimi 3 libri di Coupland vengono liquidati, forse inevitabilmente, abbastanza in fretta. A parte il più ambizioso Fidanzata in coma (1998) -che fiorisce, a cominciare dal titolo, di citazioni tratte dal repertorio degli Smiths, mentre il resto della storia trascolora in un bizzarro (diciamo pure, per l'ennesima volta, postmoderno) e calibrato cocktail di fantascienza, favola, tragedia e commedia- Miss Wyoming (2001) e il recente La Sacra Famiglia (2003) sono piccoli capolavori di plateale divertissment e di commistione spiazzante di generi, che regalano piacevoli ore di lettura ed una narrazione sagace ed acuta ma meno originale che in passato.
Un gran bell'articolo, per un autore che tra qualche decennio comparirà senza dubbio sui libri di letteratura. Consigliatissimi a tutti; sia Coupland ed i suoi libri che questa notevole monografia.
[9 giugno 2003 - qui]
   
   

mercoledì, 29 giugno 2005

di inkiostro
Erre come scompisciarsi
Niente ennesima dissertazione sullo strumento blog, e su come la (quasi) completa assenza di filtri all'ingresso permetta a quasi chiunque di esprimersi e, alla lunga, ai più bravi di ottenere almeno una parte dell'attenzione che si meritano. Roba trita e ritrita, buona qualche anno fa; questo post invece ha l'unico scopo di segnalare i fumetti di A come ignoranza che, atroci e cattivissimi (una sorta di Maicol e Mirco che incontrano i coniglietti suicidi), sono assolutamente impressionanti. A conquistarmi sono state in particolare le folgoranti vignette qui di fianco (e la serie che compongono) e questa gif animata; ma anche le storie di Personaggio inutile, della Signora Fletcher e di Diego e Adriana della Tim meritano la vostra attenzione.
[di nuovo grazie a Michele]

giovedì, 16 giugno 2005

di inkiostro
Come al solito Coupland aveva capito tutto
Ci siamo infilati in una discussione sulla parole "nerd". "Geek", naturalmente, ora è un complimento, ma non siamo sicuri di sapere cosa significhi "nerd". Mamma mi ha chiesto: "Qual è esattamente la differenza tra un nerd e un geek?"
Ho replicato: "E' più difficile di quanto non sembri. E' una differenza sottile. Instintiva. Credo che 'geek' implichi la possibilità di farsi assumere, mentre 'nerd' non significa necessariamente che le tue abilità sono al 100% vendibili. Essere geek implica benessere economico".
Susan ha detto che i geek, alle superiori, di solito sono dei perdenti che non hanno una vita propria; solo dopo, non avere una vita propria è diventato uno status symbol. "La gente come loro non è mai stata abituata a vedersi riconosciuta dalla società. Quello che spingeva la gente a prenderti a calci nel culo a quindici anno adesso è di gran moda, soprattutto se combinato con denaro sonante. Puoi ascoltare i Rush allo stereo della tua Ferrari mentre vai a comprare qualcosa di buono da mangiare da Il fornaio...con addosso i tuoi Dockers!"
Todd, con un intervento che non ci ha sorpresi affatto, ha aggiunto: "In questo preciso momento, stiamo vivendo la fase conclusiva della nostra storia, il momento in cui, nelle parole di Dio,
the meek shall inherit the earth, gli umili erediteranno la terra. E' una concidenza che 'geek' faccia rima con 'meek', umili? Penso di no. Un incidente provocato dall'evoluzione di un dittongo".
Mamma ha detto: "Oh, che tipi voi
ragazzi! Forse è solo che sono fuori dal loop".
Essere "fuori/dentro il
loop" è l'espressione più di moda quest'anno. Ci sono tre settimane prima che la frase diventi obsoleta, come un computer Apple Lisa. Il linguaggio è veramente una tecnologia.
[Da Microservi, ovviamente]

lunedì, 06 giugno 2005

di inkiostro
Ve l'avevo detto io

[Gli Offlaga Disco Pax sulla copertina di Rumore -in edicola ora- sono come la tua squadra che vince lo scudetto. Quante volte è successo che una band italiana che ha appena pubblicato il suo esordio sia sulla copertina del più famoso mensile musicale italiano già 3 mesi dopo? Sono quasi commosso.]

martedì, 24 maggio 2005

di inkiostro
Indie-yuppie è chi l'indie-yuppie fa
C'è solo una cosa più divertente dell'usare compulsivamente, e quasi sempre a sproposito, la parola indie, definendo cosa lo è e cosa non lo è come da queste parti spesso si fa: costruirci sopra delle teorie e lasciare che queste abbiano vita propria. Questo post racconta delle mirabolanti avventure del concetto di indie yuppie, nato come un gioco su un blog americano ed approdato persino sulle pagine del New York Post.
E’ cominciato tutto da un articolo del Columbia Spectator, in cui Adam Shore della Vice Records (l'etichetta americana per cui esce gente come Bloc Party, The streets, Boredoms e The stills) si lamentava:


"I feel like there has been created, in the past two to three years, an indie-yuppie establishment. Bands like Death Cab for Cutie, Iron and Wine, the Arcade Fire, Broken Social Scene, they are great bands, really great bands, with great albums, great songs, high quality. And to me, it's just so fucking boring," he says. "It’s like fancy-coffee-drinking, Volvo-riding music for kids. And kids should be listening to music that shakes them up more, makes them uncomfortable."

Da noi il fenomeno è contenuto, ma in effetti in America la cosa sta assumendo proporzioni notevoli: tra The O.C., l'iPod, Pitchfork, Garden State, i blog, i Modest Mouse che vanno in top ten e gli Shins che vendono quanto Cristina Aguilera, essere indie non è mai stato così cool. E la cosa ha raggiunto anche tutti quei twenty e thirty-something relativamente benestanti, altamente autoconsapevoli e perfettamente integrati nella società, che una volta, erano semplici fan di Dave Matthews, dei Phish o dei Counting Crows, e che ora sono abbonati a Paste, criticano Pitchfork ma lo leggono tutti i giorni, portano spillette e t-shirt con frasi ironiche ma seguono anche -solo per ridere, ça va sans dire- ogni passo di Briteny Spears, Justin Timberlake o Gwen Stefani. Più che qualcosa che ha a che fare con l'autenticità della propria identità o con i semplici gusti, è un vero e proprio fenomeno sociale.
Molto appropriatamente, l'amo lanciata da Shore è stata prontamente raccolto da Mr. Stereogum, uno dei più letti e famosi indieblog americani, il quale ha subito rilanciato ai suoi lettori la sfida: qual è la perfetta definizione per l'indie-yuppie? La reazione non si è fatta attendere; nel giro di pochi giorni il suo post ha raggiunto i 300 e passa commenti, molti dei quali assolutamente divertenti, parecchi un po' fuori fuoco (dedicati a descrivere un indie-modaiolo, indie-wannabe o indie-qualcos’altro più che un indie yuppie) ma tutti trasudanti umorismo e autoconsapevolezza da tutti i pori. Non è l'autoironia una delle principali caratteristiche dell'indie-yuppie?

Tra i migliori:
_You might be an indie-yuppie if the jeans you are wearing at the show cost more than the band that is playing is going to make.
_You might be an indie-yuppie if time reading Pitchfork ends up as a billable hour.
_
You might be an indie yuppie if you bought your BMW because of the iPod adapter.
_
You might be an indie-yuppie if you have a detailed plan for exposing your small children to music so that they might develop good taste.
_
You might be an indie yuppie if you go to the Arcade Fire show but leave after five songs because you have an early meeting the next morning.
_
You might be an indie-yuppie if you have a pair of glasses like Rivers Cuomo for fashion and a pair for reading.
_
You might be an indie yuppie if you get excited because the Gilmore Girls just name dropped your favorite band.
_
You might be an indie yuppie if you are both subculturally affiliated and and a functional adult.

Tra tutti partecipanti, è stata decretata vincitrice (un po' discutibilmente, ma vabbè) Miss The 15 minutes hipster, che ha azzeccato la definizione perfetta, che mischia un elemento squisitamente indie (il vanto per la qualità e la lungimiranza dei propri gusti musicali) con uno assolutamente yuppie (una carriera da avvocato di successo):
_You might be an indie-yuppie if you import your entire iTunes library onto your work computer so you can share it on the network and show the other lawyers at your firm how hip you are.
A testimonianza dell'attualità del fenomeno negli USA, alla cosa è stato subito dedicato un articolo del New York Post (per leggerlo serve registrarsi), con tanto di Are you an indie-yuppie? test (che potete leggere qui), che indica in maniera piuttosto precisa le coordinate del perfetto indie-yuppie.
Io, da parte mia, sono un po' confuso. Da un lato mi sembra che qui da noi si sia anni luce lontani da quel tipo di scenario, che trasuda una coolness che da queste parti è al massimo incomprensione e in cui si parla di carriere di successo che da noi, se va bene, sono onesti CoCoCo. Dall'altro, non senza una certa sorpresa, mi accorgo di rientrare in metà abbondante dei parametri che escono fuori dai post e dagli articoli linkati.
Non sarò mica un indie-yuppie anch'io?

martedì, 26 aprile 2005

di inkiostro
Review is a four letter word
Questi sarebbero dei grandi titolisti: non può non venirti in mente leggendo la Four Word Film Review. Titoli perfetti per articoli o post più che recensioni di 4 parole. I calembour si sprecano (quasi tutti intraducibili, ovviamente), ma spesso si raggiungono risultati assolutamente brillanti. Qualche esempio:
_Eternal Sunshine of the spotless mind: Erase Ventura: Past Defective
_Kill Bill: Good Bill Hunting
_Kramer vs Kramer : I bet Kramer wins
_Pever Pitch: High Infield-elity
_Titanic: The unsinkable happens
_2001, A Space Odissey: HAL is Windows 68
_Lost in Translation: Murray gets Scarlett fever
_Clerks : Dante's Pique
Ma soprattutto:
_Star Trek III: The Search For Spock: Finding Nimoy

lunedì, 21 marzo 2005

di inkiostro
Le coperte di Linus
_Quando, una settimana fa, l'ho inserito nel Currently reading, ho immediatamente ricevuto due mail a riguardo. Non succede spesso.
_Ne hanno scritto bene praticamente ovunque, anche in luoghi in cui, di solito, di cose del genere non si parla.
_Tutto questo hype rischiava di farmelo diventare antipatico: quante volte un libro, un disco o un film finisce per sembrarci sopravvalutato solo perchè ne parlano tutti? Ma sono bastate poche pagine, per capire che questa volta non sarebbe successo.
_Da ragazzino leggevo un sacco di fumetti. Americani, giapponesi, qualcosa di italiano: da qualche parte a casa dei miei ce ne devono essere scatoloni pieni. Intorno ai 20 anni o giù di lì ho smesso; non ricordo perchè (le solite pippe del tipo 'stai diventando grande' le avevo già superate intorno ai 14 anni, quindi non c'entrano) ma è successo. E in momenti tipo questi me ne dispiaccio assai e faccio voto di ricominciare.
_L'ho iniziato una sera prima di andare a letto, ed erano quasi le 2. Nonostante l'obbligo di un'alzataccia la mattina dopo, alle 3 ero ancora lì, inchiodato dalle sue quasi 600 pagine. Anche questo non succede spesso. E, più che altro, non succedeva da tempo.
_Uno può imbrigliarlo in decine di definizioni: romanzo di formazione a fumetti, intensa e candida autobiografiapoetico ritratto fatto di piccole cose e mille altre, ma la verità è che Blankets di Craig Thompson bisogna leggerlo e basta. Non cambierà la vita, e non cambierà la storia del fumetto (nè le sue sorti come arte immeritatamente e snobbisticamente sottovalutata), ma vi lascerà qualcosa. Qualcosa che dopo, come fosse la coperta di Linus, vorrete tenervi ben stretto.
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mercoledì, 09 marzo 2005

di inkiostro
Generazione di fenomeniBlog Generation
E' passata una settimana dalla sua uscita nelle librerie (un'eternità, per i tempi di un blog), e ancora pochi ne hanno parlato. Di per sè la cosa è strana, ma a ben guardare non stupisce affatto; perchè Blog Generation di Giuseppe Granieri, pubblicato il 3 Marzo nei Saggi Tascabili Laterza, non è il solito libro sui blog. C'è stato il momento delle pubblicazioni introduttive, quello dei racconti più o meno privati (Mondo Blog di Eloisa di Rocco), delle raccolte di post (BlogOut) e quello dei racconti scritti da blogger (La notte dei blogger); ora è il momento di fare una valutazione approfondita della rilevanza tencologica e -soprattutto- sociale di uno strumento che si è rivelato così potente.
Già col suo blog Granieri ci ha abituato al binomio dissertazioni teoriche di altissima qualità / stile leggero e brillante, e ovviamente Blog Generation non è da meno. Tutt'altro: la sua analisi (più o meno sociologica, massmediatica e tecno-umanistica, a seconda dei momenti) si colloca sulla scia di autori come Steven Johnson, Derrick De Kerchovee e Pierre Levy, pionieri nello studiare e nel divulgare come e quanto ogni nuova tecnologia finisca per cambiare la nostra vita e la nostra percezione della realtà. Tra social networking ed economia dell'attenzione, rapporto tra media e democrazia elettronica, politica del linking e semplice pratica quotidiana, con poca polemica e molta riflessione.
Qualcuno ne sarà annoiato, qualcuno ne sarà affascinato ma ci capirà ben poco, qualcuno ne contesterà il (pur misurato) entusiasmo di fondo, qualcuno starà lì a puntualizzare che la band svedese si chiama Radio Dept e non Radio Depts e che nella bibliografia Wittgenstein è scritto con una 'i' di troppo, qualcuno lo attaccherà per il semplice fatto che esiste e qualcun'altro lo ignorerà placidamente. A qualcuno, però, piacerà -e non poco. Come avrete intuito, io sono tra quelli.
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lunedì, 24 gennaio 2005

di inkiostro
Da dove cominciare?
Dal fatto che Douglas Coupland sta scrivendo il seguito del suo capolavoro Microservi, e che lo intitolerà JPod?
Dal fatto che non so come farò a resistere fino alla sua pubblicazione, visto che il suo ultimo romanzo, Eleanor Rigby, è stato pubblicato da poco?
Dal fatto che ha fatto coming out (via Violetta), e io ero pure convinto che fosse sposato?
Dal fatto che la sua conversazione con Naomi Klein sia di una noia mortale?
O dal fatto che sto leggendo Eleanor Rigby proprio adesso, sono arrivato quasi alla fine, e non mi sta convincendo neanche un po'?

martedì, 05 agosto 2003

di inkiostro
La Sacra famiglia è questa; quella era solo psicotica
Come sapete se leggete queste pagine da un po', il titolo del precedente romanzo di Douglas Coupland, All families are psychotic, è stato inspiegabilmente tradotto in italiano come Sacra famiglia. Non sono stato il solo a chiedermi il perchè di tale bizzarro adattamento: il titolo originale era assai più carino, con quel retrogusto da saggio di serie B, e assai più adatto alla storia narrata rispetto al banale Sacra famiglia. Tanto più dopo l'uscita di Hey Nostradamus! (di cui parlavo già ieri), che -quello sì- parla di una famiglia in qualche misura sacra.
Hey Nostradamus, è inutile girarci attorno, parla di religione. Forse non l'argomento più attraente del mondo, ma, in molti modi, nulla di nuovo per Coupland. Già La vita dopo Dio parla di spiritualità e significati superiori (sotto forma di minimali prose poetiche assolutamente incantevoli), Fidanzata in coma rappresenta un punto di rottura con il passato, in cui l'autore mostra di aver iniziato 'credere' in qualcosa. Ma -anche lì- si tratta più della ricerca di una spiritualità personale e di un senso alla propria vita piuttosto che di 'religione' in senso classico. Hey Nostradamus! invece prende la cosa di petto, e parlando di gruppi religiosi, di anima, di aldilà, di Bibbia e di dogmi cristiani, l'esamina sulla lunga distanza.
Se mi chiedessero di cosa parla Hey Nostradamus! (su, chiedetemelo) risponderei: religione e rapporti genitori-figli.
Non mi ero mai accorto di quanto quest'ultimo argomento stia a cuore a Coupland. A ben pensarci, è centrale in quasi tutti i suoi romanzi (su tutti Microservi e Sacra famiglia), molto più di quanto lo sia nei libri di molti altri autori contemporanei assai più nobili e di lustro. E non credo sia solo l'età e l'approssimarsi della maturità per Coupland ad aver reso questo argomento così importante: si tratta invece di una componente centrale nell'universo narrativo dell'autore canadese. Il mondo sempre più veloce e senza punti di riferimento che Coupland ha da sempre tentato di descrivere, in cui il benessere e le possibilità materiali di autorealizzarsi sono un dato acquisito, in cui ogni modello su cui basare la propria esistenza è già vecchio e in cui ogni generazione è costretta a mettersi continuamente in discussione, non può ignorare le figure dei genitori, spesso tragiche, ancor più spesso ironiche, ma talvolta eroiche nel rapporto coi figli, e con una realtà che li ha ormai lasciati indietro, fuori tempo massimo per cambiare significativamente la propria vita.
A questo punto, tutto torna. Il susseguirsi nei libri di genitori in crisi d'identità, costretti a reinventarsi un lavoro, una famiglia e qualcosa in cui credere, non è altro che la logica prosecuzione del discorso cominciato da Coupland con il suo primo romanzo, Generazione X. Quelli che prima erano visti come esempi di un mondo vecchio, con regole che hanno ormai smesso di funzionare, ora sono gli emblemi del mondo accelerato da sempre ritratto dall'autore canadese. Le cose cambiano, ma solo, come diceva qualcuno, per rimanere sempre le stesse.

lunedì, 04 agosto 2003

di inkiostro
God is nowhere / God is now here
La prima cosa che ho pensato non appena ho finito di leggere l'ultima pagina di Hey Nostradamus!, ultimo romanzo di Douglas Coupland da poco uscito negli USA, è stata: ce l'ha fatta anche stavolta, 'sto bastardo.
Eppure, questa volta come non mai, sono stato dubbioso fino alla fine. La trama è insolitamente claudicante, il linguaggio meno brillante del solito, non ci sono nè l'intreccio ad incastri di Miss Wyoming, nè la densa poesia di La vita dopo Dio, nè la schietta quotidianità postmoderna di Microservi, e, fino alla fine, non sembra esserci nulla in grado di sostituirle. Un paio di giorni fa l'avrei descritto come un romanzo confuso, che non arriva al punto e che forse quel punto neanche ce l'ha (pointless, si direbbe in inglese), pieno di simpatiche 'storie nella storia' che sembrano volerti distrarre per non farti notare che l'impalcatura generale è assai scricchiolante. Poi, certo, si tratta di Coupland, ed il marchio di fabbrica, pur se un po' appannato, non tradisce, e regala frasi intelligenti e situazioni paradossali quasi ad ogni pagina. Questo pensavo.
E invece niente: a due pagine dalla fine tutto si è fatto inspiegabilmente nitido, quasi luminoso, qualche pezzo è andato a posto (molti no, ve lo confesso), e Hey Nostradamus! è riuscito a colpire qualcosa dentro di me, facendomi addirittura commuovere. Non so come faccia, ma Coupland riesce sempre a scrivere dei finali straordinariamente commoventi, benchè la sua scrittura non possa essere definita tale e benchè il suo lirismo sia sempre nascosto sotto innumerevoli riferimenti minimi al mondo contemporaneo, metafore creative ed osservazioni sagaci.
Il romanzo segue una parabola speculare rispetto alla storia che racconta: l'inizio è di quelli promettenti -una strage scolastica in stile Columbine, con la narratrice, una ragazza molto religiosa segretamente incinta, a narrare la sua morte- ma man mano che il libro muta epoca e narratore la storia comincia a sfaldarsi, esattamente come la vita dei personaggi di cui racconta le vicende. A ben guardare, da quel punto in poi la trama non si ricompone più, ma comincia a vagare tra flashback illustrativi e personaggi per cui l'esistenza è ormai un tempo morto, disperatamente incapaci di risollevarsi dal vuoto che ne ha colpito le vite, e dall'impossibilità di trovarvi un senso. Il finale -le ultime dieci pagine, per la precisione- riesce nell'impossibile: dare un senso al libro. Non aspettatevi finali a sorpresa o rovesciamenti di prospettiva stile Il sesto senso, non è lo stile di Coupland, e tantomeno del Coupland di questo libro. L'unica cosa che potete sperare di capire è perchè la storia non può che essere vuota ed irrisolta, e perchè il messaggio di Hey Nostradamus! è proprio nel confronto tra la densa accoratezza delle ultime dieci pagine e la vacua mancanza di speranza che le precede.
Non vi biasimerei se, arrivati alla fine, per voi non fosse abbastanza. Ma per me, a due pagine dalla conclusione, in una frase che -a rileggerla ora- non ha nulla di speciale, lo è stato.

(continua)
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