venerdì, 16 ottobre 2009
Cheap bookshelf
Bookshelf by 20.87 Estudio. Grazie a Pensieri spettinati.
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Bookshelf by 20.87 Estudio. Grazie a Pensieri spettinati.
[fotografata da Andrea a Porta Romana, Milano. Grazie]
L'effetto è assicurato, la comodità un po' meno, il funzionamento oscuro (a meno di non sapere lo svedese). E' Piniwini, l'ennesima libreria che sfida la forza di gravità.
[grazie a Nanna]
[un premio a chi indovina il riferimento nel titolo]
The WisdomTree bookshelf, di Jordi Milà da Barcellona. Gaudì, anyone?
L'albero della sapienza, del Lo_dwn Design Studio, Torino. Didascalico.
[(grazie a Nanna (per la prima) e a Valentina (per la seconda)]


Se mai qualcuno si questo blog volesse fare una rubrica sui libri, ecco un logo perfetto. Creato da me medesimo in 5 minuti con questo alfabeto a base di libri e Microsoft Paint. Non è male, secondo me.
[ma datemi il tempo di riprendermi. Intanto per la spettacolare libreria americana qui sopra grazie a thisKID]

MYDNA Twist bookcase. Complicato metterla a muro, ecco.
Lego Bookcase. Peccato per il colorino non proprio sobrio.
[grazie a ThisKid per la segnalazione]
Reader's nest. Piccola ma accogliente.
La libreria Rek di Reiner De Jong. Devo capire esattamente che senso abbia tenerla chiusa.
Shelf Christmas Tree (dalla collezione Unusual and creative Christmas trees)
Better enjoyed listening:
Pas/Cal - Last Christmas (Wham cover) (MP3)
Già lo sapete perchè la linko ogni anno: la mia cover natalizia preferita di sempre.
Heike has the giggles - All I want for Christmas is you (Mariah cover) (MP3)
Dalla spettacolare compilation natalizia di Polaroid. Go get it!
Inkiostro ormai mi odia, perchè lo batto sempre sul tempo con le librerie: Infinity Bookshelf, evidentemente ispirata al simbolo (∞) dell'infinito, è comoda e adatta anche ai più piccoli monolocali. Evidente, no?
Fatta unicamente per stupire i vostri visitatori, ma assai meno per essere usata, la Inverted Bookshelf ha un trucco semplice (fasce elastiche, vedere qui) tanto che potete costruirvela anche da soli. Però fate in modo di usarla il meno possibile, secondo me si rompe (e rovina i libri). (via)
Sempre per la serie "Le grandi librerie che nessuno nella redazione di inkiostro possiederà mai", ecco Biblio Bath Tub, la libreria con annessuna una vasca da bagno (o, se preferite, viceversa). Costa solo 17mila dollari, e speriamo che per questa cifra tenga almeno l'umidità...
Paperback chair. Comodissima, immagino. E i libri non si rovinano proprio per niente, eh? (via)
(però bella)
Per una volta rubo il mestiere al grande capo, e segnalo io una libreria.
T.shelf è modulare ed è fatta apposta per girare intorno ai mobili già presenti in casa. Come al solito, però, è più il posto che occupa che quello che fa risparmiare.
(sono andato bene? si arrabbierà?)
Il primo post di questo blog che riguarda una libreria linkava l'originale libreria coi pezzi a forma di Tetris. Conosco una persona che l'ha comprata, e vista piena ovviamente non fa lo stesso effetto (ok, non fa quasi nessun effetto, a dire il vero). Questa è una variazione sul tema, non ottimizza lo spazio ma il colore e l'alternanza di vuoti e pieni forse garantisce un effetto migliore. Ma poi -visto che anche questa costa qualche migliaio di dollari- ce ne frega davvero qualcosa?
_che fa un caldo bestia.
_che il caldo mi rincoglionisce, e per questo finisco ad ascoltare col repeat cover acustiche da catechismo di classici immortali del pop elettronico interpretati da terrificanti band commerciali danesi:
Alphabeat - Digital Love (Daft Punk cover) (MP3)
_quanto è figa Mad Men, la spettacolare serie tv ambientata nel mondo dei pubblicitari della New York degli anni '60 che anch'io come voi ho scoperto grazie al post di Icepick. Se non credete a lui o a me credete ai Golden Globe che ha vinto quest'anno come Best drama e per il miglior attore, o al lunghissimo articolo di copertina del New York Times Magazine della settimana scorsa. Ho divorato la prima stagione a tempo di record, e la seconda comincia tra meno di un mese. Oh my.
_che -mea culpa- non avevo ancora segnalato la puntata di Maps di quasi un mese fa in cui io e Arturo Compagnoni abbiamo chiacchierato con Francesco Locain dell'ormai celebre PomaGate, col fake dei Death Cab for Cutie scelto come Disco del mese del numero di Rumore di Giugno. Ascoltate l'audio e poi ditemi: siamo o non siamo quasi -quasi- riusciti a raggiungere delle conclusioni?
_che ieri mi ha scritto Uomonero (il creatore di Splinder, per voialtri che 6 anni fa non c'eravate), che mi segnala Ideare casa, il suo nuovo blog interamente dedicato all'arredamento. Ottimamente scritto e davvero ricco, consigliatissimo a tutti gli appassionati di design. Anche se lo vedo un po' carente sul settore delle librerie: posso dare una mano?
_cose su Frequenze Disturbate, la cui ormai storica disorganizzazione pare non cessare con gli anni e col cambio di gestione (da DNA e LiveinItaly). Così a poco più di un mese dall'indie festival urbinate amato da grandi e piccini sono cambiate la data (non è più il 2 e 3 di Agosto, come dicevo qui, ma il 9 e il 10) e la line-up (definitivamente sfumati Oneida ed Emiliana Torrini, quasi certi Radio Dept e Cristina Donà, probabili Akron Family e Nina Nastasia, da confermare Okkervil River -ooops, non potevo dirlo?- ), e ancora latita ogni conferma ufficiale su carta (anche se a giorni dovrebbe uscire la pubblicità sui mensili musicali di Luglio) o su web. Ho il sospetto che non sarà proprio un'edizione affollatissima.
_che 78.08, ultimo romanzo di Tommaso Labranca è un'eccellente lettura estiva, a partire dalla bizzarra cornice (il confronto tra il .78 di Tony Manero ne La febbre del sabato sera e lo .08 del protagonista Antonio Maniero) per continuare con le straordinarie digressioni pop che contengono, come al solito, riflessioni fulminanti sulle nostre miserande vite desertificate. Consigliato
[more su Anobii]
_che avevo già letto in passato vaghe notizie sulle cyberdroghe musicali, che ieri hanno fatto il botto sui siti di informazione italiani (La Stampa, TGCom, Punto informatico) con l'ovvio florilegio di allarmismi e cialtronerie assortite. Viste le fonti e la pressochè totale assenza di pareri o racconti vagamente attendibili, io continuo a pensare sia la solita vaccata generalista e iperbolica a cui i media italiani ci hanno da tempo abituati. Però chissà, magari stavolta non esagerano; in caso sono pronto ad essere smentito, e sarei curioso di saperne di più.
[grazie a Plz]
_che fa troppo caldo, quindi mi sa che non vi dico più niente, e appena posso vado al mare.
***
Il piccione volava distratto, sfiorando pericolosamente alcuni passanti più bellicosi e rapidi di altri, una bici, un pioppo, un paio di suv, un lampione – il lampione chiaramente nemmeno si era mosso.
Con un paio di volute affannate riuscì a sollevarsi ancora ed a posarsi sul tetto dell’edificio, vicino all’insegna. Casaleggio ed., LTD, si leggeva, e sulla T spiccava un volatile sovrappeso. Il piccione valutò la situazione e decise di restare lì a meditare ancora un po’ sul da farsi, mentre tre piani più in basso Miscavige entrava nell’edificio. Il traffico intorno al Madison Square garden continuava indifferente.
***
“Cin”
“Cin”
“… davvero, non è questione di aspirazione alla frustrazione.”
“Mh.”
“Il punto è che Hank piace perché noi abbiamo già tutti i suoi difetti: pensiamo da anni alla stessa persona, non abbiamo mai sfruttato davvero le nostre capacità, siamo infelici e incapaci.”
“…”
“E la differenza è che lui oltre a questo è un donnaiolo ed uno scrittore di talento. Non si desidera l’infelicità, si desiderano le capacità.”
“E la possibilità di fare l’allegro cazzone a quarant’anni.”
“Sì, ma sul serio. Io ero un quarantenne quando ne avevo venti, a quarant’anni vorrei essere un ventenne.”
"Cinico e un po' stronzo?"
"Cinico e un po' stronzo."
“…”
***
L’odore è ancora troppo penetrante quando riapre gli occhi. Le palpebre sono pesanti, ed il sevoflurano ancora in circolo nei polmoni rende troppo difficile da sopportare persino la voce altrui.
“Parlate di meno, lentamente, faccio fatica”, riesce a dire dal letto alle due persone che gli sono accanto, che conversavano animatamente. Tacciono. Gli occhi che spuntano dalle lenzuola bianche e grezze dell’ospedale sembrano confusi.
“Cosa…”, cerca di dire, ma la fatica ha la meglio e ritorna a dormire.
***
“Quand’è che questo gioco è diventato più grande di noi? Che non siamo più riusciti a controllarlo? Per esempio… Ironman, l’hai visto Ironman, tu?”
“Beh, io…”
“Sai cos’ha scritto Strade dissestate? Cinquanta righe di elogio – alla sceneggiatura, agli attori, alla regia, agli effetti speciali, alle metafore - con un lunghissimo panegirico sul sottotesto morale. Tu l’hai visto, Ironman?”
“No, com’è?”
“E’ orribile. Si salvano gli attori e gli effetti speciali. La regia è scontata e la sceneggiatura fa ridere – dove non fa tristezza. È un elogio degli americani buoni e delle armi usate per giusti fini, inframmezzato da gag più o meno divertenti.”
“…e?”
“E quando è diventato normale il camp? Quand’è diventato encomiabile? Da quando Ironman è globalmente un bel film?”
“Io non…”
“Siamo noi che abbiamo legittimato tutto questo?”
***
Occhi aperti. Fatica. Occhi chiusi. Ecco, ora sì. Oocchi aperti. Bene. Pensieri da coordinare. Parliamo, proviamoci. Sorridono. Come sta. Sto bene, dico, o forse ci provo soltanto, forse farfuglio “OEEE” e lascio a loro lo sforzo di interpretare. Ieri febbre, mi dicono, capita, è normale. Adesso flebo, da domani mangia, non la voglio la flebo, già mi fa male tutto, non la voglio la flebo voglio solo dormire, dormire, dormire e ricordarmi perché sono qui e che cosa ci faccio.
***
Io al concerto dei Battles non c’ero. Non ero in città, se ci fossi stato ci sarei andato.
Eppure lo so, come era quel concerto. Era un frullatore: elettronica, math-rock, improvvisazioni di jazz acido, noise, tasti suonati a caso. Mi piace? Mi piace, è la mia posizione ufficiale, oramai io sono le mie posizioni ufficiali. Mi piace l’elettronica, mi piacciono i Battles.
C’ero al concerto? No, ma se necessario sì. Se dovessi potrei parlarne, ne ho viste a decine di concerti così, non fa nulla che non fossi davvero sotto il palco a vedere Ian Williams che ballava sghembo con la sua chitarra violentando sincopatamente la tastiera.
Se dovessi potrei parlarne, io il concerto dei Battles l’ho visto anche se non c’ero.
***
“Ben svegliato.”
“Ciao…”
“…David.”
“Ciao, David.”
“Ricordi?”
“Niente.”
“Normale. Domani comincia il tuo training. È stato così per tutti, stai reagendo bene. Beppe abbiamo dovuto legarlo il primo giorno”
Beppe. “Beppe…”
“Sì. È normale, te l’ho detto, non sei il primo. Dormi, riposati, domani ti spiegheremo.”
Dormo.
***
E non lo so fino a che punto è stata una scelta voluta e quanto invece le cose si sono impossessate di me. Fisso lo schermo e non riesco a rispondermi.
Io ci lavoro, davanti a quello schermo. Ci passo le giornate, mi sono detto, tanto vale dedicarci anche il tempo libero, mi ci trovo. Così – twitter, myspace, anobii, lastfm, flickr, non ricordo più neanche dove ho veramente aperto un account e dove ho solo pensato di farlo.
E le cose si impadroniscono di te così, lentamente, un passo per volta. Cosa importa se dopo nove ore di lavoro passo ancora altre due ore davanti ad un LCD. Non mi costa fatica. Non mi dispiace.
Uscire? Ancora un feed, ancora un commento.
La ventola ronza silenziosa mentre la luce passa tra i contatti, costante ed indifferente a dispetto di tutti i fan di nerooogle del mondo.
***
Oggi è diverso. Lo aiutano ad alzarsi, a lavarsi, lo vestono. Ti gira la testa? No. Va bene un discorso più lungo? Va bene. Vieni con noi. Va.
La stanza è un ufficio asettico virato in bianco, un ficus stereotipato, qualche foto alle pareti. Il titolo di commodoro, una foto dell’attore che salta sopra i divani impegnato a promuovere Narconon.
Dietro la scrivania ci sono due sedie, sulle sedie due marionette, o due persone, è tutto ancora così buffo. Parlano, una in inglese ed una in italiano, spiegano.
Non ti devi preoccupare di nulla, ci pensiamo noi. Tu non ricordi, è normale, è tranquillo, è tutto scritto. Indicano dei fogli, gli puoi dare un’occhiata se vuoi, alle prime pagine, riconosci la grafia?
Il resto non lo leggi però, funziona così. Riconosce la grafia.
Da adesso andrà tutto bene, da adesso non sei più solo, ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare di nulla. Non sei il primo sai, sappiamo già cosa fare, in questo momento stai vedendo Cai Guo Qiang al Guggenheim. Tranquillo, leggi e ricorderai. La gente, la gente si aspetta delle cose da te, tu non ne potevi più, quelle cose gliele daremo noi. Non ti devi preoccupare di nulla, è normale.
La conversazione dura troppo e le palpebre sono di nuovo pesanti ed il ficus è più difficile da osservare adesso ed una delle due persone in camice se ne accorge perché la conversazione termina così.
***
“Ehi.”
“Ehi, quanto tempo… Come va?”
“Ti ricordi l’anno in cui Julian Cope si tagliò sul palco? Ti ricordi i concerti al Velvet? Ti ricordi la prima volta che ti accennato del gruppo svedese che a maggio avrebbe suonato a Bologna, la prima volta che ti ho parlato di Gibbard?”
“Che hai?”
“Sono stanco.”
“Lavori troppo. Ma non è questo. Mi spaventi. Che hai?”
“Niente.”
“Mi chiami dal nulla, parli a fiume, non è vero che non hai niente. Che hai?”
“Sono sempre stato così?”
“…”
“Seriamente.”
“Così come?”
“Dai che lo sai che voglio dire”
“Sì. No. Uff. Che vuoi che ti dica?”
“Non lo so”
“Sei sempre tu, io ti conosco da tanto. Però non sei sempre stato così. Non posso parlare comunque, sto lavorando. Mi chiami dopo?”
“Mh.”
“Mi chiami dopo?”
“Va bene.”
“Va bene. Ci conto. Stai tranquillo e poi ne parliamo.”
“Sì. Ciao.”
“Ciao.”
***
Poi per un momento mi è sembrato di ricordare. Ero sveglio, dormivo, non lo so. Cioè lo so, razionalmente lo so, si chiama allucinazione ipnagogica. Di solito succede che credi di svegliarti e rimani paralizzato. Urli e non ti sente nessuno. Hai visioni, probabilmente è così che la gente parlava con dio anni fa. Allucinazioni ipnagogiche. Eppure mi è sembrato di ricordare.
Scrivevo, avevo questo… avevo un blog. Mi chiamavo… mi chiamavo Fabiano Frangia. Sì, Fabiano. Mi pare. Scrivevo di musica, scrivevo, la gente… maledetta indeterminatezza dei sogni. Non era così. Mi chiamavo… mi chiamavo Filippo. Filippo Facci. Sì, questo me lo ricordo, Filippo Facci, il nome me lo ricordo. Scrivevo di tutto, la gente leggeva e commentava, male commentava, la gente leggeva e mi insultava. Filippo Facci. Oppure no, la gente mi insultava davvero? Eppure per un momento mi è sembrato di ricordare.
***
La gente balla comunque, se metto elettronica ucraina o quel pezzo che adoro che dice Then you picked the wrong place to stay. La gente balla comunque, lo fa da sempre qui, eppure mi sembra diverso. Mi sembra che prima ballassero di tutto perché erano curiosi di tutto, era il sapere aude della musica. Ora ballano di tutto perché tutto gli è indifferente, non sono qui per la musica, non sono qui per scoprire, sono qui ma potrebbero essere al Billionaire se fosse di moda il Billionaire.
Meglio quando ce la tiravamo in trenta, quando Meloy era un cognome come un altro? Chissà. E chissà quanti lo hanno detto di me quando sono entrato qui la prima volta, quando guardavo io l’uomo con il box dei dischi dietro il palchetto rialzato scegliere la canzone successiva. Where are your friends tonight?, continua a chiedere, ed io la risposta davvero non la so.
***
“Reagisce meglio del previsto.”
“Sì, ottimo soggetto.”
“Il team come sta andando?”
“Bene. I nuovi si stanno integrando con quelli scelti da lui. Un po’ troppo anarchici.”
“Pensi che…”
“Solo se necessario.”
“I nostri?”
“Firmeranno a suo nome. Alcuni già lavoravano per…”
“Sì, chiaro.”
“E per Antonio.”
“Mh.”
“Cosa?”
“Ce n’era davvero bisogno?”
“Lo sai anche tu che non ho fatto niente stavolta, è stato lui”
“Sì, ma…”
“Sarà utile, non ti preoccupare.”
***
Ieri ho passato il limite. Dal nulla hanno cominciato a parlarmi in tre su googlechat. Ho detto che stavo uscendo e ho salutato tutti affrettatamente.
Poi mi sono deciso, non ne posso più, ci pensavo da un po’. Basta, davvero.
Sono andato alla libreria e l’ho preso. Il web è morto, viva il web. Non ho potuto fare a meno di ridere. Com’è ironico il fato, i segnali che ci manda quando si diverte a prendersi gioco di noi.
Ho controllato la quarta di copertina mentre cominciavo a premere i numeri sulla tastiera.
“Pronto?”
“Gianroberto?”
“Chi parla?”
“Mi chiamo Francesco. Però scommetto che conosci il mio blog. Vorrei proporti un patto. So come funzionano le cose, vorrei farne parte anche io.”
“…”
“Beh?”
“Non parliamone qua. Ci incontriamo per un caffè e ne discutiamo un po’, ti va?”
“Va bene.”
“Senti, se ci trovassimo d’accordo… ti piacerebbe vedere Sutton Square di persona? Sai, mi pareva che ti piacesse…”
“Sì.”
“Bene. Mi faccio sentire. Ciao”
***
Mi hanno lasciato quelle quattro pagine sul comodino. Francesco Fungo, c’è scritto grosso nella prima, e la grafia è la mia, il nome è il mio. Continua con una serie di dati inutili per una pagina e mezza. Salto. Leggo. Dipendenza, recupero, collaborazione, editore fantasma, amnesia indotta, 2.0. Rileggo, non ci posso credere. Io sottoscritto Fungo Francesco… non ci posso credere. Però comincio a sentirmi meglio. Respiro. Non ho neanche voglia di dormire.
Entrano, gli chiedo se posso tornare in quell’ufficio, devo chiedere una cosa. Nessuna sorpresa. È tutto normale, certo, non sono il primo, eccetera.
E adesso, domando. Adesso ci pensiamo noi. E se volessi aggiungere qualcosa? Puoi, chiaro che puoi. Beppe aggiunge sempre delle battute qua e là. E gli altri? Gli altri li hai scelti tu, da prima. Io? Tu.
You think over and over, "hey, I'm finally dead.”
Io. Va bene allora, scriverò qualcosa io, voglio sancire il passaggio, voglio marcare la differenza. Non esiste e non è mai esistito, è una vostra proiezione mentale, batto in terza persona come da protocollo, rido da solo adesso nella luce fioca della stanza, e altrove continuo, dopo 5 anni e mezzo, da queste parti comincia l'era due punto zero.
Tenetevi forte.
[La Balancing Bookshelf è sconsigliata a chi non ha il senso della misura. Via, grazie ad Alessandro]

[La libreria Amazing Staircase vi piace un sacco -e ci credo-, mi sta arrivando circa una segnalazione al giorno. Grazie a Emanuel, Francesco, Giulia e Subliminalpop.
Update: vi segnalo anche il super-riassuntone 30 of the Most Creative Bookshelves Designs, due segnalazioni in due ore (Maelstrom2 e Lello, grazie)... Le più belle le ho già postate praticamente tutte però (e alcune comunque gli sono sfuggite)]
[Katz bookshelf bench, segnalata da Kanye West sul suo blog. Grazie a Girolami per la segnalazione]
Bookshelves often seem to burst. You always try to squeeze in another book into the last gap which is far too narrow. This shelf gives in to force and makes space for more books by literally bursting.
A hidden board stretches between the split halves and widens the usable surface. The more books you add to the shelf, the wider it opens. The classical rectangular shape turns into a V-shaped outline. [#]
[per la libreria inValid Platzhalter basta spingere. Grazie a Dario per la segnalazione]
[Libri sul soffitto? Forse recuperarne uno diventa un tantino scomodo; ma il colpo d'occhio è garantito]
Caro Inkiostro, mi chiamo Chris e leggo il tuo blog da molto tempo. L'ho conosciuto perché anche io ho un blog su splinder. Mi piace molto la parte dedicata alle librerie. Avendo preso spunto da ciò che ho visto sul tuo blog, io (studente di letteratura) e il mi' babbo (fabbro) abbiamo progettato e realizzato questa libreria (foto allegate). Non è un granché, lo so, ma ci farebbe piacere e soddisfazione se tu la potessi postare nel tuo blog, altrimenti fa niente :-/
Allego la foto.
Ciao,
Christian e Marco
L'Equation bookshelf dell'Estudio Breder me l'hanno segnalata almeno in quattro, ma ero un po' riluttante a postarla. Bella è bella, eh, ma....quel vaso di fiori?!?
Forse è un po' fredda, la libreria Petek , ma il suo fascino è indiscutibile. «Petek» vuol dire alveare in turco, ma a me fa pensare più a qualche architettura industriale, tipo dei piloni elettrici, o un grattacielo in costruzione. E' stata creata dagli stesso tipi che mettevano i libri in verticale. Sempre sospesi nel vuoto, qualcosa vorrà dire.
Bella è bella, ma la libreria Quad costa la bellezza di 1.800 dollari, più spese di spedizione. Se mi trovate una decina di assi di impiallacciato di betulla e un po' di chiodi, conosco qualcuno che va la fa per metà, senza spese di spedizione.
Ed è triste da dire, ma l'IKEA ve la farebbe pagare un quarto. Poi -però- dovreste montarvela da soli, e stavolta lì sono cazzi.
[La collapsing bookshelf KC riassume bene lo spirito e le condizioni psicofisiche in questo inizio settimana. Grazie a Paola per la segnalazione]
[come molte delle librerie segnalate da queste parti, la See Saw Bookshelf probabilmente è più bella vuota. Più che altro mi chiedo: se la riempi sta in equilibrio?]
[grazie a Emanuel]

[Non so se starebbe bene nel mio salotto, ma certamente la Gravity powered bookshelf II di Leo Kempf è un bell'esercizio di design. Grazie a Giorgio per la segnalazione.]

[Rispettivamente, la versione umana e quella canina della libreria Cave di Sakura Adachi]

[Qui la libreria Variant Shelves, fatta di cartone riciclato, viene definita «innovative dutch design». Sarà anche ecologica e innovativa, ma è proprio brutta. E poi: secondo voi una Treccani la regge?]

[La libreria Tangram. Si spiega da sè.]

Crash è una libreria austriaca, e non è neanche da dire che da quelle parti abbiano spazio in abbondanza. Però sono pochi. E, per quanto mi riguarda, in questo caso hanno gusto.






