2.0

venerdì, 26 giugno 2009

Era quasi meglio la bambina*

di kekkoz

mercoledì, 22 aprile 2009

Wired Alert!

di dedalus1
Il numero di maggio di Wired USA ha un guest-editor d'eccezione. J.J. Abrams, per chi non lo sapesse, è il creatore di veri e propri monoliti televisivi come Lost e Alias e quest'anno si è assunto la scomoda responsabilità di far risorgere uno dei franchise più triti e esauriti dell'universo cinematografico: Star Trek. In occasione dell'uscita dell'undicesimo capitolo della saga, Chris Anderson (direttore di Wired) ha dato le chiavi della rivista in mano ad Abrams per un mese, lasciandogli carta bianca su contenuti e collaboratori.



Questo Mistery Issue è una delle cose più interessanti che mi sono capitate ultimamente fra le mani. Come al suo solito, Abrams gioca con quelli che sarebbero i confini del mezzo con cui lavora (in questo caso il magazine) e li allarga, li dilata, li modifica. Nelle sue mani la rivista diventa un collage coerente e coeso di articoli, storie, fumetti tenuti assieme dal fil rouge del Mistero, la grande ossessione dello sceneggiatore americano.

J.J. scrive di suo pugno un articolo che è quasi un manifesto (qui) e compila una sua Top 10 di cose che lo ossessionano questo mese. Ma è il resto che rende questo numero di Wired imperdibile: c'è una graphic-novel di una pagina di Chris Ware, un articolo di Adam Horowitz (anche lui scenegiatore di Lost) su Nabokov, del graphic design di House Ind., un fumetto di Paul Pope sul Dr. Spock, e chi più ne ha più ne metta. Il tutto condito da decine di indovinelli, codici, enigmi da risolvere, sparsi fra un articolo e l'altro. Abrams invita i lettori a leggere e studiare molto attentamente la rivista, lasciando intuire di averci nascosto chissà quali segreti.
Di segreti io ancora non ne ho visti. Ma la rivista non riesco a metterla giù.

Intanto, per chi fosse curioso e avesse voglia di sentirsi raccontare un'altra storia da J.J., questo è la sua conferenza al TED dove racconta cos'è la scatola di cartone che potete vedere nella foto sopra e cosa c'è dentro.

venerdì, 13 marzo 2009

Il Calcio e le Patrie Virtù Democratiche

di trino
Al cinema e non solo, il baseball ha sempre sfoggiato un fascino metaforico che scavalca il fenomeno sportivo per invadere la riflessione sociologica, politica, morale. Basti pensare al discorso di Robert De Niro / Al Capone ne Gli Intoccabili. O agli scritti sul baseball del columnist conservatore (e vincitore del Premio Pulitzer) George Will. O al primo formidabile capitolo di Underworld di DeLillo. Agli americani piace filosofeggiare sul baseball e vederci dentro metafore densissime che, secondo loro, spiegherebbero al meglio l'autentico spirito a stelle e strisce: l'equilibrio complesso tra individualismo e appartenenza alla squadra; la ricompensa per il duro lavoro; il fair-play; la mobilità sociale; la democrazia.

E il nostro amato calcio? Qualche anno fa sull'autorevole settimanale (neo)conservatore Weekly Standard, Frank Cannon e Richard Lessner denunciavano il nichilismo decadente sotteso al nostro passatempo nazionale:

Nel recente incontro con l'Italia nel campionato mondiale,  la squadra USA ha giocato quella che è stata definita, da molti conoscitori del gioco, la migliore partita mai giocata da una squadra di calcio americana su suolo straniero. Lo storico match è finito in un epico pareggio, 1-1. Ma in quella che è stata strombazzata come una delle migliori partite mai giocate da una squadra americana, gli Stati Uniti non sono riusciti a segnare. Il gol attribuito agli Americani è stato infatti realizzato da un avversario che - ops! - ha accidentalmente messo la palla nella sua rete.

Pensateci per un attimo. Questo riassume tutto quello che vi serve sapere sul soccer o football, come è noto da altre parti. Il calcio è il gioco perfetto per il mondo post-moderno. E' l'espressione quintessenziale del nichilismo che prevale in molte culture, cosa che senza dubbio spiega la sua popolarità in Europa. [...] Un gioco sul nulla, dove i punti sono accidentali, è di scarso interesse per gli Americani che credono ancora che il mondo abbia senso, che la vita abbia un significato e una struttura più grandi e che l'essere non sia un fine in sé.

Gli autori arrivano a dire che il calcio è un gioco per quadrupedi, in quanto nega ciò che ha elevato l'uomo al di sopra degli altri animali: una testa pensante e il pollice opponibile. Ma nel calcio, scrivono, a differenza degli altri sport, la testa non è protetta e la si può usare per colpire brutalmente una palla; mentre le mani, quelle sono vietate.

Qualche giorno fa, Stephen H. Webb su First Things (blog dell'Institute on Religion and Public Life) ha scritto:
Per chi è incline alla paranoia, sarebbe facile addebitare il successo del calcio alla sinistra, che, dopotutto, ha lavorato per anni per portare la decadenza e la disperazione europea in America. La sinistra ha cercato di trasformare il marxismo, il post-strutturalismo e il decostruzionismo in fenomeni di moda al fine di indebolire la chiarezza, il pragmatismo e l'energia della cultura americana. Ciò che la sinistra non è riuscita a realizzare per mezzo di quei capricci intellettuali, si potrebbe pensare, sta cercando di ottenerlo con lo sport.

Ma davvero il calcio è un gioco nichilista? Espressione di una cultura stanca e decadente? Sintesi dei mali del nostro Paese, del suo scarso pragmatismo, della carenza di democrazia, dell'assenza di una sana cultura meritocratica, in cui per essere premiato devi lavorare duro invece che azzeccare un punto per caso?

Ho deciso di approfondire la questione.

A un primo esame, bisogna ammetterlo, molti dei maggiori successi calcistici nazionali non sono esattamente legati a momenti di brillante pragmatismo democratico ed energia repubblicana. Due titoli mondiali su quattro l'italia li ha vinti sotto il Duce. Il quarto lo abbiamo ottenuto durante il mandato del governo con la più risicata maggioranza (e non certo la più frizzante energia) della storia. Il Presidente Berlusconi è anche il Presidente della Pluripremiata Squadra di Calcio del Milan. Nel '70, anno in cui gli Azzurri diventano vice-Campioni del Mondo, si tenta (forse) il Golpe Borghese.

Insomma: avranno ragione i neoconservatori dello Standard e i tizi dell'Institute on Religion and Public Life? Il calcio è il gioco dei decadenti nichilisti europei?

Per scoprire l'arcano, ho deciso di analizzare le correlazioni tra il Calcio e i Governi della Repubblica Italiana, da De Gasperi a Prodi. 58 governi abbastanza traballanti, come noto. Qual è segno più cristallino di un sano ed energico pragmatismo all'americana se non l'agognata e (quasi) mai realizzata stabilità dell'esecutivo? E qual è, d'altro canto, segno più evidente di un sano e trionfante calcio italiano se non l'affermarsi della Gloriosa Nazionale Italiana nei più prestigiosi tornei internazionali?

Ho provato, pertanto, a confrontare la durata dei governi italiani con i successi degli Azzurri negli stessi anni. E, più in particolare, a misurare eventuali correlazioni tra le variazioni nella stabilità dei governi e le variazioni nel successo della nazionale di calcio alle Olimpiadi, agli Europei e ai Mondiali.

Ebbene: la correlazione c'è. E smentisce fieramente le plutocratiche insinuazioni d'oltreoceano.

Ho suddiviso i 58 Governi repubblicani (dal De Gasperi II al Prodi II) in 7 differenti "classi di stabilità" sulla base dei giorni di durata in carica (la più bassa fino a 100 giorni, la più alta dopo gli 800) e in 12 differenti categorie sulla base dei successi della Nazionale Italiana di Calcio (A e Olimpica) negli anni in cui hanno governato anche parzialmente (la più bassa categoria in caso di mancata qualificazione sia agli Europei sia alle Olimpiadi, cioè nel 1972; la più alta in caso di vittoria ai Mondiali, e raggiungimento dei quarti di finale sia agli Europei che alle Olimpiadi, cioè nel biennio prodiano 2006-2008). Ed è emerso che le variazioni di segno dei due suddetti indici da un governo all'altro mostrano una discreta correlazione (anche, in parte, nell'entità):

Photobucket

Salvo casi isolati di spiccata divergenza, può dirsi orgogliosamente che negli anni in cui il Popolo Italiano mostrava all'Europa e al Mondo la bravura dei suoi Atleti sui Campi da Calcio, i nostri Illuminati Governanti servivano proficuamente un'Idea di Governo Stabile e Concorde. La nostra amata Patria bandiva litigi e fragilità e debolezze così nei Palazzi del Governo come nei Verdi Campi da Gioco.

Altro che decadente nichilismo. Altro che post-strutturalismo. Altro che marxismo.

Quando il Popolo e i suoi migliori Calciatori rafforzano le Atletiche Virtù Patrie, i Patrii Rapppresentanti rafforzano i loro legami per il miglior servizio del bene pubblico.

Diteglielo, al Weekly Standard.

martedì, 03 marzo 2009

Il governo dei primi della classe

di trino
Avvertenza: Conclusione ad Alto Tasso di Desolazione.
Non leggere subito dopo i pasti.
La lettura è consigliata a un pubblico adulto e non incline alla facile disperazione

A novembre, David Brooks, editorialista neoconservatore del NY Times, si mostrò positivamente colpito dalle scelte di Obama per il suo gabinetto: i nomi che circolavano al tempo, secondo Brooks, erano quelli di persone moderate, professionali, non-ideologiche, dalla mente aperta, dotate di creatività pragmatica. Ma, soprattutto, primi della classe nelle più prestigiose scuole d'America:
Barack Obama (Columbia, Harvard Law) presterà giuramento mentre sua moglie Michelle (Princeton, Harvard Law) assisterà fiera. Là vicino, i suoi consiglieri di politica estera, tra cui forse Hillary Clinton (Wellesley, Yale Law), Jim Steinberg (Harvard, Yale Law) e Susan Rice (Stanford, Oxford D. Phil.), saranno raggianti. Ci sarà anche la squadra di politica interna, tra cui Jason Furman (Harvard, Harvard Ph.D.), Austan Goolsbee (Yale, M.I.T. Ph.D.), Blair Levin (Yale, Yale Law), Peter Orszag (Princeton, London School of Economics Ph.D.) e, ovviamente, il capo dell'ufficio legale della Casa Bianca Greg Craig (Harvard, Yale Law).
Insomma, con tutte queste università prestigiose tra parentesi, Brooks ci dice che quella instaurata da Obama sarebbe stata una "valedictocracy", come la chiama lui: il governo dei primi della classe (il simpatico neologismo viene da valedictorian, il migliore della classe dei diplomandi che ha il compito di parlare per ultimo nelle cerimonie di consegna dei diplomi).

Sulle virtù della primidellaclassocrazia - in italiano non suona molto bene - non tutti, però, sono d'accordo. Non lo è, in particolare, Lewis Lapham, storico direttore di Harper's, oggi titolare dell'acuto e raffinatissimo commento d'apertura, Notebook, che esce a mesi alterni.
Negli ultimi sessant'anni, - scrive Lapham nel Notebook di questo mese - i funzionari deputati ad architettare le scelte di politica interna ed estera dei governi appena arrivati a Washington sono giunti equipaggiati con simili qualifiche - scuole di prima classe, relazioni sociali allo stato dell'arte, apprendistato in un organo legislativo o in un think tank - e per sessant'anni sono riusciti a indebolire invece che a rafforzare la democrazia americana, concludendo i loro mandati come oggetto di ridicolo se non sotto la minaccia di un processo penale. Gli enfants prodiges (noti anche come "i migliori e i più brillanti") che seguirono il presidente John F. Kennedy alla Casa Bianca nel 1961 hanno bazzicato le stanze dei bottoni abbastanza a lungo da condurre il paese alla Guerra del Vietnam. Henry Kissinger, altro fenomeno di Harvard, ha impresso all'arte del governo americana il modus operandi di una cosca mafiosa. L'amministrazione Reagan ha importato il suo vangelo dalla Facoltà di Economia dell'Università di Chicago (la parola d'ordine era "privatizzazione", "libero mercato senza restrizioni" il nome cristiano di Zeus) e così facendo hanno messo in moto ciò che sarebbe poi stato visto come uno Schema di Ponzi a lunga scadenza. Mettete in conto i contributi della Ivy League all'Amministrazione Bush - il segretario della giustizia John Ashcroft (Yale), il segretario della difesa Donald Rumsfeld (Princeton), il capo della Sicurezza Nazionale Michael Chertoff (Harvard) - e posso già immaginare una tesi di dottorato assegnata dalla Kennedy School of Government intesa a determinare quale tra le principali istituzioni di istruzione superiore del paese, nel corso degli ultimi cinquant'anni, abbia arrecato il danno maggiore alla salute e alla felicità del popolo americano.

Per realizzare il cambiamento che Obama ha detto in lungo e in largo di voler realizzare, sostiene Lapham, non bisogna rivolgersi ai Circoli che Contano.
Alterazioni socioeconomiche di magnitudine sufficiente per essere riconosciute come tali [cioé come quelle che Obama dice di voler realizzare, ndTrino] tendono a essere imprese collettive, solitamente condotte dal potere di menti e dalla forza di circostanze che stanno al di fuori, e non dentro, i circoli che contano - i barbari alle porte di Roma nel quinto secolo, le personae non gratae in Vaticano durante la Riforma Protestante nel sedicesimo secolo, gli autori della Costituzione Americana alieni dalle verità esatte che stavano sedute su cuscini di velluto nella Londra del diciottesimo secolo. 
Secondo Lapham le università americane non incoraggiano più la libertà di menti che rischierebbero di dar fastidio all'establishment. L'entusiasmo dell'esploratore, the amateur spirit che ha sostenuto la democrazia americana, è morto. Non è sopravvissuto, dice Lapham, all'America che è sorta dalle ceneri di Dresda e Hiroshima.
Dopo qualche guaio col riallineamento degli obiettivi educativi durante l'eccitazione degli anni sessanta, le università hanno accettato la loro missione di stazioni di via nel pellegrinaggio verso un illuminato egoismo.

Lapham è pessimista, certo. E teme che le speranze accese dalla campagna di Barack Obama siano destinate a rimanere deluse. Da solo, scrive Lapham, Obama non può realizzare il cambiamento promesso. E' un ottimo organizzatore, un capace imprenditore politico e un carismatico oratore. Ma sinora il più grande successo dell'era Obama - e cioé l'elezione di un nero alla Casa Bianca - è stato realizzato dalla comunità di cittadini americani, the American citizenry. Il resto non può essere fatto solo dal Presidente. E affidarsi ai primi della classe per i cambiamenti epocali è una scelta fallimentare.

Ben altri problemi, si direbbe, quelli di casa nostra.

Se negli USA le migliori energie creative si sono ritirate dallo spazio civico e si sono dedicate quasi esclusivamente al sollazzo di noi consumatori, rendendo sempre più sofisticato e intelligente l'intrattenimento pop di ogni tipo (dai videogames alle serie tv, dal Web ai gardget tecnologici), in Italia i primi della classe non ci sono. Non ci sono quelli che si dedicano alla vendita di prodotti intelligenti. Non ci sono quelli che si impegnano nello spazio politico per architettare il Cambiamento. Ma non ci sono neppure quelli, accomodati all'interno dell'establishment, che preferiscono assecondare la conservazione. Forse non c'è un valido argomento razionale per dimostrarlo, ma ci sarebbe un pizzico di soddisfazione  in più nel poter imputare il declino italiano a giovani menti brillanti, piuttosto che a vecchi faccendieri mediocri. Poter dibattere sui danni arrecati dalle scuole di prestigio, piuttosto che non avere scuole di prestigio. Poter dissentire sul fatto che valenti studenti ambiziosi abbiano fatto il bene del paese, piuttosto che scorrere liste di gente dal curriculum imbarazzante anche per un datore di lavoro con standard scarsissimi. Poter addirittura criticare la missione conservatrice delle università italiane, piuttosto che sapere che le università italiane non hanno alcuna missione, non hanno alcuna identità culturale né buona né cattiva,  né conservatrice né progressista.

E' una speranza penosa, ma faccio fatica a non coltivarla: vorrei poter leggere una critica pessimista come quella di Lapham sui mali del governo dei primi della classe in Italia. Ma qui non c'è traccia di primi della classe e non c'è traccia di Lapham. E se in questo momento tu lettore sei d'accordo con una speranza così  desolante, non credere di poterti ritenere del tutto innocente se domattina continuerai a farti i cazzi tuoi, in un illuminato (o così ti piace pensare) egoismo.

mercoledì, 17 dicembre 2008

James Gray è un grande

di trino

Cos’hanno in comune i Clash, la mafia russa, New York, Alfred Hitchcock e Alberto Moravia? James Gray. Chi è James Gray? James Gray è un grande.

James Gray dice che Gwyneth Paltrow è il modello di donna irraggiungibile. James Gray dice che un primo piano di Kim Novak ne La donna che visse due volte lo fa piangere ogni volta che lo rivede. James Gray dice che la New York dei primi anni 80 gli manca. Ma gli manca anche quella di oggi, visto che è stato costretto a traslocare a Los Angeles, per soldi.

James Gray è un grande. Ma non tutti sono d’accordo. Del suo ultimo film uscito nelle sale, lo splendido We own the night (I padroni della notte), il NY Post scrive che è “troppo lento per essere un piacere proibito, troppo stupido per essere un piacere consentito”; Richard Roeper dice che è “una cattiva parodia di un western”. A Little Odessa, il primo lungometraggio di Gray, Roger Ebert dà solo due stelline; The Yards, forse il suo film migliore, è stroncato da Washington Post, Rolling Stone, Entertainment Weekly.

Stronzate. James Gray è un grande. Lavora sulle superfici senza tempo del cinema, su referenti impolverati, sul rigore asciutto del testo contro i giochi linguistici e i cerebralismi più hip dei nostri giorni e ci regala intere sequenze da studiare, corpo a corpo estremo tra spettatore e film.

E il suo ultimo film, Two Lovers, lo ha scritto per Gwyneth Paltrow.

mercoledì, 19 novembre 2008

Svetlana e il narcisismo. Una storia vera.

di trino


(tempo di lettura previsto: 6 minuti)

Un mesetto fa, tale Carmen Joy King fa un pezzo su Adbusters in cui racconta la sua decisione radicale riguardo al mondo del social networking:
A marzo, al culmine della popolarità di Facebook, io ho smesso. Con quattro semplici clic del mio mouse ho cancellato il mio account. Finiva così l'intero alter ego elettronico che avevo creato per me stessa - foto del profilo, interessi e attività, esperienze di lavoro, amici acquisiti - tutte quelle cose attentamente studiate perché il mondo potesse ammirare, in vetrina, la versione migliore di me erano ora cancellate del tutto.
Carmen Joy King spendeva grandi quantità di tempo su Facebook. E proprio mentre cercava una nuova citazione cool per aggiornare il suo status, s'imbatté in Aristotele: Siamo quello che facciamo ripetutamente. Per Carmen fu un'epifania:
Cos'ero, dunque, io? Se il tempo lo trascorro a cambiare la foto del mio profilo Facebook, a pensare a un aggiornamento intelligente del mio status su Facebook, a controllare ancora una volta il mio profilo per vedere se qualcuno ha commentato sulla mia pagina, è questo che sono? Una persona che ri-visita i suoi stessi pensieri e le sue stesse immagini per ore e ore ogni giorno? E quindi come mi si può definire? Egotista? Voyeur?
Secondo la prof.ssa Twenge della San Diego University (che la King interpella), il narcisismo irrefrenabile della Generation Me o Generation Look at Me - tutti figli dei baby boomers - sarebbe una deviazione perversa dell'estremo individualismo inculcato ai bambini a partire dagli anni 70. L'autostima instillata da slogan quali "esprimi te stesso" e "sii te stesso" sarebbe il principio dei mali.

Per convincere l'intervistatrice, la prof.ssa Twenge spiega anche che nei racconti pubblicati negli anni 80 e 90 c'è un vistoso aumento di parole quali Io, Me, Me stesso, Mio al posto di termini colletivi come Noi, Umanità, Paese o Folla. Per la prof.ssa Twenge questa potrebbe essere la generazione meno coscienziosa e meno comunitaria dell'intera storia del Nord America.

Carmen si convince di aver fatto la cosa più giusta a chiudere il suo Facebook, anche se scopre di non aver sconfitto del tutto il narcisismo:
Dopo aver lasciato Facebook, cominciai a chiedermi che cosa avrebbero pensato tutti i miei amici e i familiari e i conoscenti della mia scomparsa dal mondo di Facebook. Dunque un po' del mio Facebook-narcisismo - mi stanno notando, sentono la mia mancanza - è rimasto. Però mi sto anche ponendo delle nuove domande. Come faccio a trovare un equilibrio  tra la mia vita online e la mia vita "vera"? Fino a che punto l'esposizione è salutare? Come posso agire responsabilmente per me stessa e relazionarmi alle persone a cui tengo? Queste sono ancora pensieri su "me stessa" ma rispetto a prima sembrano differenti.
Pensieri importanti.



Invidioso delle profonde riflessioni scaturite dall'esperienza di Carmen Joy King, riflessioni convalidate persino da accademici che hanno studiato a fondo la faccenda, decido che devo tentare anch'io un'impresa socioculturale altrettanto estrema e illuminante. Ma siccome Facebook mi sta simpatico e mi serve per tenere contatti con tanta gente sparsa in tanti posti e per spettegolare sulle foto di questa o quell'altra festa sfigata, decido di iscrivermi a Badoo.

Badoo, per chi non lo sapesse (io non lo sapevo), è uno dei 10 siti di social networking più popolari d'Europa (in Francia è addirittura il numero 3). O almeno così dice Wikipedia. Ma quel che più m'intriga (socioculturalmente) è che Badoo sembra essere il più popolare sito di social networking del mio paesello natìo. O almeno così ho potuto appurare dopo un rapido sondaggio al Pub lo scorso dicembre.

L'idea chiave di Badoo è che tu metti delle foto di te e la gente ti dà dei voti. Gente che passa per il tuo profilo perchè ha utilizzato delle funzioni di ricerca molto simili a quelle dei dating websites (stando a quanto mi hanno raccontato). Anche la filosofia sottostante è assai diversa da quella abbracciata da Facebook: la gente che ti scrive non è già tua amica nella "realtà", ma vorrebbe diventarlo. Possiamo dunque dire che Badoo promuove un'idea attiva del social networking - in luogo dei pigri meccanismi facebookiani che convalidano e riconvalidano sterilmente conoscenze già in essere. Non solo: Badoo ha anche l'audacia di sfidare il buonismo melenso di Facebook: qui nessuno si manda abbracci a forma di scimmiette o altre coccolose manifestazioni amicali - qui si dà un Voto alla Tua Faccia. Da 1 a 10.

Badoo, possiamo concludere, rivela la nuda verità delle dinamiche sociali. E s'affida a una forma interessante di darwinismo democratico, premiando chi riceve i voti migliori per le sue qualità fotogeniche e punendo chi invece non riesce ad affermarsi. E nessuno può mettere come profile picture una foto in cui non si vede bene la faccia (tipo quella in cui un finto squalo di plastica ti ha ingoiato per metà o quella delle tue sneakers su un prato verde). Su Badoo questi espedienti creativi non funzionano: mostra bene la faccia, così ti diamo il voto che ti meriti.

Una ventata d'aria fresca, insomma. Sani istinti basici contro le ipocrisie infantili e regressive della Generazione Facebook.

Tuttavia, mentre su Facebook succedono delle cose anche se tu non ti attivi più di tanto, su Badoo l'azione latita, salvo che tu non ti voglia lanciare in esplorazioni fotografiche, dare voti o provare a relazionarti socialmente con qualcuna che ha una foto socialmente promettente. In più di un mese, gli unici momenti degni di nota della mia vita su Badoo sono stati: 1) quando una ragazzina di 16 anni della provincia di Varese ha dato 1 alla mia foto e 2) quando una signora sovrappeso di vicino Caserta ha dato 10 alla mia foto.

Negli ultimi 12 giorni, però, le cose cambiano.



E allora mi armo di tutte le mie più acute intuizioni socioculturali per analizzare gli eventi.
Ciao!!! Il mio nome e Svetlana! Io guardai la vostra struttura e vi interessate a me. Voglio imparare di piu su di te. Se non contro di voi che scrivete a me per e-mail [...] mi aspetta da voi per la lettera circa impazienza! Svetlana
Questo è il primo messaggio che ricevo. Ora, non posso dire che in astratto l'idea che Svetlana (che è una ragazza fotogenica) imparasse di più sul mio conto fosse esattamente contro di noi. Tuttavia, la cosa della "struttura" mi inquietava un po', così decisi di soprassedere. Dopo qualche giorno, un'altra utente di Badoo mi scrive un messaggio:
Ciao!!! Il mio nome e Svetlana! Lei ha interessato anche io mi ha voluto scrivere a voi. Spero che lei non contro di amicizia che abbiamo potuto comunicare con voi? E possibile scrivere di me sul mio indirizzo privato [...] Io attendere da voi per la lettera circa impazienza! Svetlana.
(E non pensate che Svetlana sia un nome diffuso solo tra gli anticonformisti utenti di Badoo. Su Facebook ce ne sono centinaia e centinaia).

L'arrivo di un terzo messaggio dai toni affini coincide con un'illuminazione.

Cosa sono diventato? Uno che rifiuta una parola di amicizia a delle simpatiche ragazze dell'Est soltanto perché non sfoggiano, tra i loro talenti, una sicura padronanza della mia lingua? Quante parole saprei dire io in Russo? Sono diventato uno snob fastidioso e sessista? Uno pronto a firmare sproloqui pseudo-critici solo per riaffermare allo stesso tempo la mia vibrante presenza e la mia superiorità all'hic et nunc della cultura pop? E poi cosa m'inventerò? Andrò a intervistare un ricercatore del DAMS sul potenziale sovversivo e autenticamente antagonista di Badoo rispetto all'autoerotismo anestetizzato e borghese di Facebook? Come posso definirmi? Un reazionario? Uno contro di amicizia?

Ho deciso quindi di cancellare il mio profilo Badoo. Badoo non l'ha presa proprio bene:
Roberto, non riusciamo a capacitarci delle ragioni che ti hanno spinto fino a questo punto. C'è sempre una soluzione ai problemi della vita. In ogni caso, se dovessi decidere di continuare comunque, ti preghiamo di spiegarcene la ragione nello spazio qui sotto. Utilizza le tue ultime parole per spiegarci cosa e come potremmo migliorare!
Quando decido di proseguire - interrogandomi sulle potenzialità enormi del suddetto messaggio e del sottile confine tra suicidio virtuale e reale che il messaggio sembra ignorare del tutto - Badoo assume un atteggiamento passivo-aggressivo:
Non sappiamo che dire...

Possiamo immaginare che una e-mail sarà inviata all'indirizzo specificato.
L'email è arrivata. Dice che ho 3 settimane di tempo per ripensarci, poi il mio profilo sarà cancellato per sempre.

Mi chiedo se le due Svetlana e l'altra di cui non ricordo il nome si stiano interrogando sulla mia virtuale scomparsa.

Intanto, nel giro di niente, la relazione del mio amico M. è passata da It's complicated a Single.

 

mercoledì, 12 novembre 2008

David Foster Wallace e il Problema dello Stronzo

di trino
La cosa che vi inquieterà, leggendo questo post, sarà scoprire che David Foster Wallace chiudeva le sue lettere scrivendo Tally Ho prima della firma. Non Cari saluti o Con amicizia o Sinceramente Tuo. Tally Ho. O, almeno, così fa nelle due lettere inedite pubblicate integralmente da Harper's nel nuovo numero di Novembre.

La cosa che forse non vi stupirà, invece, è che quando sei sicuro che uno scrittore taumaturgo non scriverà più una sola parola, niente di niente di niente, allora ogni cosa che gli è uscita dalla penna fino a quel giorno lì guadagna un'energia strana. Anche un paio di lettere ad alcuni studenti di Yale intorno allo spinoso tema del come prendere per il culo la gente del Midwest nel rispetto dell'etica e del buon senso.



Insomma, la storia è questa. Nell'agosto del '93, Harper's Magazine manda DFW a Springfield, IL., per seguire la Fiera Statale dell'Illinois, un evento in cui migliaia e migliaia di persone girano per padiglioni zeppi di bestiame, sudano a 40 gradi all'ombra, si sfidano in gare di tip-tap country, cavalcano giostre pericolosissime, fanno il tifo a incontri di boxe di ragazzini di 10 anni e celebrano festosamente i Frutti della Terra dell'Illinois: dalla Pelle di Porco Fritta ai Corn Dog, dal Pollame agli atletici Stalloni.

Il pezzo esce su Harper's nel luglio 1994 col titolo Ticket to the Fair e poi diventa uno dei reportage raccolti in A Supposedly Fun Thing I'll never Do Again (in Italiano il pezzo è Invadenti Evasioni). 

DFW e la "Gente Rurale del Midwest" (come lui chiama i visitatori, con piglio da antropologo-con-casco-coloniale) non entrano precisamente in sintonia:

Il quindici per cento dei visitatori femmina ha i bigodini ai capelli. Il quaranta per cento è clinicamente grasso. A proposito, la gente grassa del Midwest non ha alcun rimorso riguardo all'indossare pantaloncini corti o top smanicati.*



Diciamo che la Gente Rurale del Midwest non è esattamente entusiasta del pezzo. DFW lo racconta nella prima delle due lettere inedite pubblicate da Harper's questo mese:
Quando feci il pezzo sulla Fiera Statale, pensavo fosse un ritratto abbastanza neutrale, persino favorevole della Fiera [...]. Poi, quando uscì la versione di Harper's, ricevetti lettere di odio, lettere di odio inviate da terzi a giornali del posto. ecc. Il nocciolo delle quali lettere era: Ecco il nativo che è diventato tutto East Coast e Uptown e adesso torna e prende in giro le proprie radici. (I tizi erano particolarmente arrabbiati per i riferimenti al fatto che molta gente fosse grassa. Lo era, è tutto vero - vai a capire).
DWF spiega che nello scrivere delle critiche verso qualcuno o qualcosa, l'equilibrio che lo scrittore dovrebbe rispettare è assai delicato:
Da un lato, uno scrittore deve capire che i suoi principali obblighi di obbedienza sono verso il lettore, non verso il soggetto dell'articolo. L'eccessiva preoccupazione per i sentimenti dei soggetti possono portare a  disonestà di ogni sorta che il lettore sarà in grado di percepire (coscientemente o meno). Dall'altro lato, la vita è breve, e dura, e sembra una buona regola quella di infliggere alle altre persone il minimo dolore o la minima umiliazione possibile mentre ci trasciniamo verso la fine della giornata. In più, se il lettore si fa l'idea che il soggetto è stato riempito gratuitamente di ridicolo o di disprezzo, allora c'è tutta una diversa, più cattiva vibrazione di disonestà o di propositi nascosti che circonda il pezzo. Dunque la cosa è un po' a trabocchetto.


In certi casi, infatti, DFW ha addirittura deciso di rinunciare a scrivere un pezzo per evitare che la persona coinvolta fosse costretta a leggere le sue critiche:

Ho dovuto lasciar perdere certe recensioni di libri, per esempio, perché mi sono accorto che avevo odiato il libro, il libro era brutto e basta, e semplicemente mi rifiutavo di spendere una settimana e 750 parole per stroncare un libro o per spiegare punto per punto perché era brutto ... soprattutto perché io stesso sono stato stroncato, e so come ci si sente, e dopo una certa età non ho lo stomaco di farlo a qualcun altro. C'è una sorta di empatia narcisistica in casi come questi; non mi è del tutto chiaro se ho fatto la cosa "giusta" rifiutandomi di scrivere quelle recensioni. [...] Insomma, da un punto di vista etico è tutto maledettamente grigio. Vabbè. Spero che questo abbia un po' di senso.
Tally Ho.

/dfw/

Nella seconda lettera, prova a teorizzare una soluzione del problema:
Qui parliamo di un tipo di saggio molto specifico che è (a) critico, (b) comico, (c) descrittivo (a differenza di uno principalmente argomentativo o qualcosa del genere). [...] A me verrebbe da dire che questo è un tipo di pezzo pericoloso da scrivere, perché pone alcune sfide all'Io Narrante, più specificamente il Problema dello Stronzo. Sono sicuro che l'avete presente: è un disastro se la sensazione più forte percepita dal lettore in un saggio critico è che il narratore sia una persona molto critica, o in un saggio comico che il narratore sia crudele o borioso. Di qui l'importanza di essere critici verso se stessi come lo si è verso la roba/gente su cui si stanno facendo delle critiche. Ora che lo vedo scritto capisco che sembra estremamente ovvio e stupido. Quindi boh. Forse la sfida cruciale qui è quella di dar forma e onorare un contratto col lettore alquanto rigoroso, uno che implichi onestà e non-ammiccamento (sempre che questa parola esista). Cosicché il lettore ha l'impressione generale che c'è un narratore che è principalmente impegnato a provare a Raccontare la Verità... e se la verità implica la coglionaggine di altra gente o di certi eventi, così sia, ma se essa implica la cazzonaggine dello stesso narratore, i suoi pregiudizi, limiti, mancanze, stronzate fatte durante l'evento ecc. allora queste cose vanno dette pure - perché la verità-come-la-si-è-vista è un progetto totale qui. Non ho la minima idea di come ridurre tutto ciò a una ricetta pratica - penso però che qualsiasi contratto serio e indistruttibile tu concluda con te stesso e il lettore, il lettore lo afferrerà, anche se non è un fatto conscio.

Ed è sempre strano leggere di sincerità e onestà e schiettezza in un Grande Autore Postmoderno. O, insomma, lo sarebbe. Se non sapessimo che si tratta di David Foster Wallace.

Tally Ho.

* Non ho la versione italiana del pezzo, qua con me. Le traduzioni le ho improvvisate io, anche ovviamente degli estratti delle lettere.
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