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Se il matrimonio d'o Zulù vi è sembrato troppo sobrio ma siete appassionati del genere, probabilmente amerete questo spettacolare set di foto di un vero matrimonio metal.
Qui sotto: gli sposi, la sposa con le damigelle, il prete (?) che officia la cerimonia (su un pickup, e dove sennò). Dev'essere stato un evento delizioso.
[trovato su Tacky Weddings, un blog interamente dedicato ai matrimoni trash. Qualche esempio? Che ne dite di un matrimonio nel negozio Tutto a 99 cents? O di questo "Super-slutty wedding dress"? Dei matrimoni patriottici americani? O dei terrificanti matrimoni gotici? Se avete davvero fegato, però, cliccate su quelli a tema Hello Kitty...]
Oh No Oh My: le Nike SB Blazer Elite Sub Pop. Nike??
[bruttine, peraltro]
Fino a qualche mese fa non l'avrei mai detto, ma a questo punto è abbastanza evidente: Lady Gaga è il personaggio pop dell'anno.
Ecco 5 cose che probabilmente non sapete di lei:
1. Pare che solitamente non indossi le mutande.
2. Lady Gaga è in realtà un fantoccio nelle mani dell'Ordine occulto degli Illuminati, come è chiaro dal suo look e dal simbolismo associato (analisi dettagliata su The Vigilant Citizen, memorabile sito cospirazionista che vi consiglio).
3. Il suo stile è un completo plagio di quello di Roisin Murphy, già cantante dei Moloko. (se n'è lamentata lei stessa).
4. Online c'è un completo video tutorial per conciarvi come lei nel video di Poker Face.
5. Voci insistenti dicono che in realtà sia un'ermafrodita.
Con in giro gossip del genere è chiaro che ha già vinto.
Orba squara - Poker face (Lady Gaga cover) (MP3)
[splendida]
E dire che io non ci speravo più. La supposta commedia indie americana (si accetti la definizione come una semplificazione) secondo me aveva toccato il fondo con Nick & Norah’s infinite playlist: un’ora e mezza di vuoto con un burattino e una tipa yeah che si dicono banalità mentre in sottofondo passa tutta la musica più hip del momento. Un’ora e mezza con il potere di farti sentire puntato, targettizzato, inscatolato e rivomitato da uno che a giudicare dalla profondità a cui arriva probabilmente ha mirato giusto alle tue Converse.
E se la commedia americana, perso il tocco leggero di Cameron Crowe (che da Elizabethtown - un film che è piaciuto solo a me tra tutte le persone che conosco con un quoziente intellettivo superiore a quello di un bonobo - non si è più ripreso, a giudicare dall’attuale inattività), si è arroccata sempre di più sui suoi macrogeneri (la commedia vaginale, per rubare una definizione che credo sia del Maestro, i film con Matthew McConaughey, che fanno sottogenere a sé per insulsaggine e scipitezza, e la slapstick frat-pack comedy alla Apatow, che al sottoscritto ha sempre fatto insopportabilmente pena), i segnali d’allarme della vena para-Sundance si vedevano secondo me (e non penso di essere il solo) già nell’apprezzatissimo - da molti che non sono me - Juno. Personaggi con la profondità della carta velina, dialoghi quirky a costo di rinunciare ad ogni svolgimento narrativo apprezzabile, grosso lavoro di scenografia per collezionare gli improbabili feticci dell’indie-wannabe (per andare sull’ovvio scarpe, tracolle, magliette, occhiali buffi, poster, ma anche telefoni a forma di hamburger, auto scassate, gadget improbabili – chessò, pipe); insomma delle enormi confezioni per accompagnare chili e chili di musica bellissima, bella, carina, osannata da Pitchfork, osannata da NME, osannata da quel dj convinto che il ritornello di Panic dica “I’m the dj, I’m the dj”*.
E solo ora che scrivo mi vengono in mente Little Miss Sunshine e Me and You and Everyone We Know, due ottimi esempi di come la percezione comune dell’attitudine arty sia direttamente proporzionale all’insensatezza dei dialoghi e alla pochezza della trama, nonché di come il fenomeno sia molto meno recente di come la sto mettendo io – ma non approfondirò, perché non voglio scrivere le solite venti paginate, e mi limiterò ad accennare che potrebbe essere la stessa pericolosa china del feticismo esasperato dell’ultimo Anderson. Se ancora non capite dove voglio arrivare, a me sembra che la direzione della commedia indie contemporanea sia questa (io l'ho scoperto grazie alla Fagotta, che ringrazio - sempre):
e ammettetelo, fa paura.
Però ho avuto modo di vedere recentemente (e quasi di seguito) ben due film che mi hanno fatto cambiare idea.
Il primo, che mi sento di definire senza remore una tradizionalissima commedia romantica appena spruzzata da sfumature ind... quelle là, è How To Lose Friends And Alienate People. Primo film vero e proprio del signor Weide, regista per la televisione e autore di alcuni biopic che non ho visto (uno su Lenny Bruce, uno in produzione sul Kurt Vonnegut, sempre sia lodato), parla di un giornalista inglese di una rivista sinistroide di “low culture for eyebrows”** che si ritrova a scrivere a New York per Sharps, la rivista di glamour che… la… oh, insomma, Vanity Fair sotto falso nome.

La cosa che spiazza del film è la caratterizzazione del protagonista, interpretato da Simon Pegg (a cui dovrebbero erigere più di una statua): nonostante sia indiscutibilmente un nerd e un tipo alla mano capitato impromptu nel tempio dell’apparenza, il suo personaggio è oggettivamente sgradevole per la maggior parte del film. Dice cose evitabili, è spocchioso, borioso e per nulla insicuro di sé anche dopo aver infilato una gaffe dietro l’altra.
Non che sia materiale per aspirare ad un Oscar, ma nel regno dei luoghi comuni (non voglio infilare una tirata sugli europei smaliziati che credono nella realipolitik vs gli americani manichei che credono nella dicotomia good guy/bad guy e al valore della popularity, ma è un dato di fatto che

Spaventati? Lo ero anch’io. O perlomeno pieno di pregiudizi, tutti negativi. Però Mottola fa, non saprei come dirlo altrimenti, un cazzo di miracolo. Intanto fa un film che, cito ancora il Maestro, non sembra un film sugli anni ’80, ma un film degli anni ’80, ricreando uno spirito del tempo con poche pennellate che non sembrano mai forzate (roba che nemmeno Donnie Darko). Poi fa un film pieno di musica da paura, che non è la musica hype degli ultimi 15 minuti ma Replacement, Big Star, Hüsker Dü, Lou Reed, etc, con una colonna sonora originale ad opera degli Yo
Infine, soprattutto, fa un film che di quella costruzione per archetipi/stereotipi tipica della commedia americana (e dei dialoghi quirky immancabilmente tipici della commedia indie americana) si fa allegramente beffe. Un racconto di formazione in cui il protagonista è un nerd timido e impacciato ma non è un impedito (ed è capace, come l'altro grosso nerd del film, di una robusta autoironia****), in cui i dialoghi non sono troppo perfetti ma nemmeno troppo clumsy per essere veri, in cui si ride ma senza che qualcuno tenti di tirarci fuori la risata a forza dalla gola, in cui si può dire oooh e ci si può vergognare (questo solo se avete un massimo di diciotto anni e, preferibilmente, siete una donna*****) perché quello che succede è maledettamente sincero. Un film che non si nasconde dietro il paravento del protagonista “uguale a noi”: NO, il protagonista (i protagonisti) di Adventureland non fanno nulla per essere uguali a noi. Fanno errori che noi magari non abbiamo fatto e non ne fanno molti che avremmo fatto, dicono cose che noi (io) avremmo saputo dire meglio e cose che noi (io) a quell’età non avremmo saputo dire.
E soprattutto, vivono la fine della loro teenage con una spensieratezza misurata che il cinema ha sempre avuto problemi a descrivere, perso com’è tra i suoi loser e le sue cheerleader, impegnato ad ingigantire all’infinito problemi ombelicali di ragazzini impaccati di grana.
Adventureland è la storia di un ragazzo che deve fare un po’ di soldi e conosce una tipa che gli piace, e cerca di viverla bene. Non sono io, non siete voi, non è un’avventura memorabile, non è ricercatamente strano, è una piccola, bellissima storia senza pretese. Guardatelo se potete.
* aneddoto vero, e no, non dirò di chi si tratta – se non di persona, previo lauto compenso.
** è la definizione della vera rivista di Toby Young, dal cui memoir semi-autobiografico è tratto l’ancora meno autobiografico libro.
*** del resto Superbad è un film della scuderia di Apatow, uno che quando si dà alla commedia presunta garbata tira fuori mostri come Knocked Up – che si può definire soltanto reazionario solo a volergli molto bene.
**** ora che scrivo mi viene in mente che si potrebbe accusare il film di mettere le mani avanti. Ma anche fosse, è un fatto che se cade, cade in piedi.
***** io lo faccio comunque, ma io non sono un campione attendibile.




Beth Ditto e Karl Lagerfeld. Scatto bellissimo, titolo e foto rubati di sana pianta da Best Week Ever.
Mercoledì 14 gennaio 2009, un quarto d'ora di passeggiata digestiva post pranzo lungo Corso Vittorio Emanuele a Milano, la capitale mondiale della moda.
Link al set.
A bit scary.
Forse non al livello delle Crocs, ma vogliamo parlare di ‘sto obbrobrio di calzature a metà tra gli stivaletti à la Porcahontas e le scarpe di feltro da casa/cortile delle vecchie contadine? Guarda che ti vedo, lettrice di Inkiostro, ce le hai addosso: vergogna!
A suo tempo l'anatema che lanciai da queste pagine contro le Crocs fu, se non utile, quantomeno liberatorio.
Se quest'anno avessi voglia di fare lo stesso, non potrei che rallegrarmi per l'imminente fine dell'Estate, che insieme al caldo e alle zanzare si porterà via anche il detestabile revival dei Rayban Wayfarers, gli occhiali da sole goffi e plasticosi pressochè ubiqui in questa Estate 2008.
Usciti direttamente dagli anni '60 (anche se a me inevitabilmente ricordano gli anni '80), i Wayfarers -che danno il peggio di sè quando sono bianchi o di colori brillanti (per non parlare di quelli fluo)- sono dei brutti pezzi di plastica che hanno la rara capacità di sembrare capitati per caso sui nasi dei poveracci che li portano, e che solitamente hanno sborsato dai 100 ai 300 euro per farsi rovinare i connotati e conformarsi alla massa di vippini e starlette che ultimamente ne hanno fatto mostra.
I loro difensori (ce ne sono di tutti i tipi: dagli hipster più brooklynofili a semplici modaioli che li hanno visti su TRL) citano Audrey Hepburn e Chole Sevigny; io rispondo con Paris Hilton, Zac Efron, e le peggio divette catodiche di cui sopra, augurandomi che quei pezzacci di plastica facciano presto la fine che meritano coloro che li sfoggiano.
E mi tengo stretti i miei occhialacci a goccia del mercato della Montagnola, comprati per un tozzo di pane a revival ben finito e se Dio vuole mai più tornati di moda. Sperando che l'anno prossimo non sia il turno dei tamarrissimi Shuttershades di Kanye West, altrimenti siamo davvero finiti.
L'altro giorno, sconsolato, mi guardavo in giro: le Crocs sono ovunque. Le mostruose calzature a metà tra lo zoccolo della nonna e il sandalo che i genitori costringono i bambini ad indossare per camminare sugli scogli sono la perfetta materializzazione estiva del peggior incubo di ogni amante del buon gusto. Sono talmente brutte che rivalutano in un sol colpo generazioni e generazioni di sandali ortopedici, scarpe traspiranti, infradito più o meno tamarre, espadrillas, ciabatte col calzino bianco di spugna e via andare. Bush si è fatto fotografare mentre le indossava (foto), c'è chi si sposa con quegli abomini ai piedi (foto) -mi chiedo che genitori siano- e l'altra sera, in centro, ne ho incrociate almeno una ventina.
Per conoscere il nemico c'è un bell'articolo di Slate, e per combatterlo c'è la bibbia www.IHateCrocs.com (sottotitolo: «odio le Crocs così tanto che ho comprato il dominio»), la cui autrice si esibisce in memorabili opere distruttive come quella qua sotto. La resistenza è appena cominciata.