domenica, 31 dicembre 2006
New Year's Eve
And so when you're down
I'll lift you up, I'll be the one
who's always sure of where you are
and all the things you need to know
and when you're tired and think the moon
forgot to shine on New Year's Eve
just wait for me to show you
(The Apples in stereo - Sunndal Song)
(Già la mia canzone del 2007, da New magnetic wonder, in uscita il 7 Febbraio e già mio probabile disco del 2007)
The Apples in stereo - Sunndal song (MP3)

Niente da fare: dal punto di vista letterario il mio 2006 è stato segnato soprattutto dalla scoperta di Chuck Klosterman. Non è roba per tutti, il vecchio Chuck: cazzone ed egocentrico (come un blogger?), autore di interviste spudoratamente faziose a personaggi più o meno clamorosi dello star system, ed ennesimo alfiere di quei reportage sgangherati che da sempre ci rendono simpatica l'America, dà sui nervi facilmente; e se ne frega. Tra David Sedaris, Sarah Vowell e l'esistenzialismo pop del migliore Hornby, di Klosterman quest'anno è uscito in Italia il terzo libro Il giorno in cui il rock è morto e in USA la raccolta IV.
Nel mio mondo ideale, a scuola la Storia si studierebbe su questo libro. Completo, scritto da dio e clamorosamente ispirato, Discoinferno racconta la Storia del ballo in Italia dal 1946 al 2006, e partendo da qualcosa di presumibilmente irrilevante e classicamente leggero riesce a trovarvi la chiave per interpretare e raccontare 60 anni di società italiana come pochi hanno fatto finora. A volte si parte dalle parole dei protagonisti stessi (che sia un Primo Moroni in veste di amante del charleston, Amanda Lear, Gianni Boncompagni o Alioscia), più spesso dalla descrizione analitica e mai così rivelatoria degli spazi del divertimento, altrimenti dagli aspetti strettamente musicali sapientemente decodificati come linguaggio, per arrivare a spiegarci cose dei nostri genitori, zii, fratelli maggiori e di noi stessi qualche anno fa, oggi e forse anche in futuro, a cui nessuno ci aveva mai fatto pensare.
C'era una volta la Generazione X. C'era una volta una realtà ormai post-industriale e post-consumistica, fatta di persone che vivevano una vita dopo Dio senza nulla in cui credere, immersi in un benessere diffuso che toglieva ogni valore alle cose e alle persone.
Lo si potrebbe descrivere come la vittoria del piccolo blogger Davide e dei suoi commentatori infuriati contro il cattivo colosso discografico Golia. Lo si potrebbe descrivere come la lezione data dall'agile medium del futuro alla polverosa istituzione del passato. Lo si potrebbe descrivere come un bel miracolo di Natale figlio degli eventi che con ogni probabilità non si ripeterà. Lo si potrebbe definire come l'inizio di una rivoluzione mediatica che vede, per una volta, le major fare un passo indietro nei confronti delle miopi politiche di autoconservazione che fino ad ora hanno strenuamente (e vanamente) adottato e indirizzarsi a un'apertura da cui hanno solo da guadagnare. Lo si potrebbe usare per magnificare l'influenza del web 2.0 contro l'industria 1.0 delle megaproduzioni, della promozione tradizionale e ingessata, e del copyright. Lo si potrebbe descrivere in un sacco di modi più o meno suggestivi, ma probabilmente di tutta questa storia se n'è parlato anche troppo. La verità è che il cambio di atteggiamento della EMI rispetto al mezzo disastro
Poniamo che voi abbiate un blog, e che questo blog, un po' suo malgrado un po' no, si trovi ad essere tra i blog «musicali» più letti in Italia. Poniamo che, tra gli effetti collaterali di ciò, vi arrivino spesso mail di band o etichette in cerca di attenzione, giustamente interessate a sfruttare uno strumento così potente come i blog, la cui efficacia è interamente basata sul passaparola generato da propri pareri genuini e non mediati, per farsi un po' di pubblicità. Poniamo che voi ovviamente non ve ne sottraiate, ma trattiate la cosa un po' come viene, mantenendo il filtro alto ma senza esagerare, perchè ascoltare e scrivere di musica vi piace solo finchè non diventa un impegno.
Da inguaribili sfigati quali siamo, ogni anno perdiamo una più o meno considerevole quantità di tempo a pensare e stilare la nostra classifica dei dischi dell'anno e, non paghi, passiamo poi un'ancor più considerevole quantità di tempo a leggere le classifiche degli altri, commentarle e discuterne le scelte, come se qualsiasi classifica non sia, in realtà, un mero esercizio del proprio gusto e delle proprie idiosincrasie in materia musicale.












Quando mi chiedo per quale motivo io tenti di celare con tanta meticolosa attenzione i periodi di calo di motivazione o di voglia zero che spezzerebbero la quasi matematica cadenza quotidiana feriale di questo blog, non so mai darmi una risposta. Quando osservo i blog degli altri, tutti buchi e ritorni, momenti di frenesia grafomane alternati a lunghi silenzi senza spiegazione, chiusure più o meno temporanee e dichiarazioni più o meno credibili di mancanza di argomenti, tempo o stimoli a scrivere, sono affascinato ma privo di comprensione. Quando sulla scorta di quegli stessi cali di voglia e tempo, di solito abbinati alla svalutazione di tutto ciò che nel corso del tempo il blog, più o meno direttamente, ha portato nella mia vita e a una onnicomprensiva sfiducia nello strumento in sè, provo a prendere in considerazione l'ipotesi di mettere un punto a capo ai quasi 4 ininterrotti anni di queste pagine (millequattrocentoventisei giorni, duemilasettantasette post) per dedicarmi ad altro, non so bene come mi ritrovo sempre qui davanti, senza nulla di importante da dire ma con la voglia di farlo. 








Le cose grandi si capiscono dagli indizi piccoli. Prendete il declino di una città come Bologna. Qualcuno lo data già alla fine degli anni '70 con lo spegnersi del movimento studentesco. Qualcun'altro lo fa risalire ai grassi anni '80. Per qualcuno tutto è cominciato con la storica vittoria della destra alla fine dei cupi '90. Gli ultimi ne vedono il chiaro sintomo nella tragicomica unanime impopolarità di pressochè tutte le goffe decisioni prese dal sindaco Sergio Cofferati. Per qualcuno è oggettivo e inequivocabile. Per qualcun'altro sono tutte cazzate, e Bologna è quella di sempre.