giovedì, 31 agosto 2006
Quando si dice pestare una merda
«Dov'è la notizia?», direte voi. La notizia è il modo in cui ciò è successo: pare infatti che il disco sia stato scaricato direttamente dal server web di Pitchfork, su cui qualcuno ha scoperto una cartella nascosta ma non protetta (questo il link, ovviamente non più attivo) contenente tutti i dischi recensiti dalla webzine quest'anno più varie altre primizie. Qualche migliaio di preziosissimi file musicali liberamente scaricabili da chiunque fosse a conoscenza dell'indirizzo web giusto; alla faccia delle violazioni del copyright, e della protezione contro non dico gli hacker ma anche solo gli smanettoni. Qualche testa rotolerà per questo, diceva qualcuno.
Detto ciò, dopo un paio di ascolti il disco di Joanna Newsom, intitolato Ys, pare davvero molto bello. Ok, la copertina forse è un po' kitsch.

Ok, fare un disco di quasi 60 minuti fatto di sole 5 canzoni (la più corta è sui 7 minuti, la più lunga viaggia sui 17) forse è un tantino eccessivo. Ok, la voce è un po' più inquadrata del passato e, benchè ancora bellissima, perde un po' del fascino che aveva in origine. Ma l'atmosfera...beh, c'è poco da fare, è un disco dal fascino raro, che mischia le solite suggestioni tra fantasy e immaginario rinascimentale con qualcosa di vagamente più moderno (mi vengono in mente Danny Elfman e il suo lavoro sulle colonne sonore dei film di Tim Burton), vero e proprio storytelling in musica che non ha quasi più nulla a che fare col pop moderno e, ogni tanto, neanche col folk classico.
A dar man forte alla giovane artista californiana un dream team da paura: Steve Albini e Jim O'rourke in cabina di regia, Bill Callahan degli Smog ospite ai cori e nientemeno che Van Dyke Parks all'arrangiamento degli archi. Che sono poi una delle cose più sublimi del disco.
Forse a Pitchfork hanno voluto farci un regalo, chissà.
Joanna Newsom - Monkey & Bear (MP3)

C'è qualcosa di molto strano nel tornare da una vacanza in cui l'unico contatto con la tecnologia è il susseguirsi di nastroni nell'autoradio e ritrovarsi immediatamente catapultati a mettere i dischi a tarda notte dallo Studio 42 di 
Allora lasciate perdere questo post, perchè leggere di un gruppo che si chiama 
La fine dell'edizione di un festival che odora di fine del festival stesso arriva con una band che tutti danno sull'orlo dello scioglimento, e che ha intitolato il suo ultimo disco «L'ultima storia d'amore». Se è una metafora, solo un cieco non saprebbe vederla.

Non più di un paio di settimane fa, mentre facevo di nuovo notte al lavoro, mettendo mano ad alcuni seccanti bug last-minute e contemporaneamente discutendo coi colleghi di doppiatrici di icone hollywoodiane di serie B e del colore della cravatta che avrei indossato il giorno successivo (arancio), mi è arrivato un sms. Diceva «Ho chiamato a casa tua e mi hanno detto che sei ancora al lavoro. Volevi diventare un Microservo? Eccoti accontentato». La cosa mi ha fatto sorridere, perchè era al contempo vera e falsa, come quei sillogismi che partono da un'affermazione assurda per finire per dimostrarne una vera. Tutto incredibilmente couplandiano, metafora compresa.